Il latte, alimento base di innumerevoli diete nel mondo, affronta ora un futuro incerto. Man mano che il cambiamento climatico accelera, gli effetti si avvertono ben oltre lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento dei mari.
Una delle conseguenze più preoccupanti si sta manifestando silenziosamente negli allevamenti di bovini da latte, dove il calore sta diventando una minaccia sempre presente.
Lo stress termico nelle mucche non è una novità. Gli allevatori hanno sempre affrontato i cali estivi nella produzione di latte. Ma i cambiamenti climatici di oggi non sono solo ostacoli occasionali. Stanno diventando regolari, intensi e prolungati.
Gli scienziati ora avvertono che il futuro della produzione lattiero-casearia potrebbe subire cambiamenti irreversibili, con impatti significativi sulle forniture alimentari e sui mezzi di sussistenza degli allevatori.
Un recente studio offre una visione approfondita di questa sfida. Rivela che il calore estremo riduce la produzione di latte fino al 10%, e i sistemi di raffreddamento sono solo parzialmente efficaci. I risultati evidenziano i limiti della tecnologia nel combattere le ondate di calore naturali.
Indice
La ricerca in un minuto
Uno studio internazionale conferma che il riscaldamento globale sta riducendo la produzione di latte a causa dello stress termico nelle mucche. Analizzando oltre 320 milioni di dati raccolti in 12 anni da allevamenti israeliani, i ricercatori hanno scoperto che temperature umide superiori ai 26°C possono causare un calo fino al 10% nella resa giornaliera di latte, con effetti prolungati per oltre dieci giorni.
Tecnologie di raffreddamento come ventilatori e nebulizzatori mitigano parzialmente i danni, ma la loro efficacia diminuisce con il crescere del calore. In alcuni scenari futuri, paesi come India, Pakistan e Brasile rischiano perdite annue fino al 4%, mentre Stati Uniti e Cina vedrebbero comunque cali produttivi nonostante l’uso avanzato di tecnologie.
Il problema è aggravato dal fatto che le mucche più produttive sono anche le più sensibili al caldo, mettendo in discussione la sostenibilità degli allevamenti intensivi. Alcuni allevatori cercano di adattarsi modificando orari di alimentazione o spostando i parti, ma queste strategie offrono benefici limitati. Secondo gli esperti, servono nuove politiche per integrare soluzioni tecnologiche con pratiche meno invasive, favorendo il benessere animale e la stabilità della filiera lattiero-casearia.
Il calore estremo riduce la produzione di latte
La ricerca si è basata su 320 milioni di registrazioni giornaliere raccolte in 12 anni da allevamenti israeliani. I dati mostrano chiaramente come il calore umido estremo possa far calare la produzione di latte fino al 10%, con effetti che si protraggono per oltre 10 giorni.
Secondo Eyal Frank, professore della Harris School of Public Policy, il cambiamento climatico avrà ripercussioni significative su tutto ciò che mangiamo e beviamo, compreso il semplice bicchiere di latte che teniamo in frigo. Anche gli allevamenti dotati delle migliori tecnologie riescono a compensare meno della metà di queste perdite.
Gli allevamenti israeliani come laboratorio globale
Il settore lattiero-caseario israeliano si distingue per l’uso di tecnologie avanzate e opera con prezzi del latte regolati dal governo. I ricercatori hanno analizzato dati provenienti da oltre 130.000 mucche e hanno intervistato 306 allevatori per comprendere le loro strategie contro il calore, dalle tecnologie di raffreddamento alle pratiche di gestione.
Ram Fishman, professore di Politiche Pubbliche all’Università di Tel Aviv, spiega come l’industria casearia israeliana sia un campo di prova ideale: gli allevamenti sono sparsi in tutto il paese e sperimentano una vasta gamma di temperature e livelli di umidità che rispecchiano le condizioni dei maggiori produttori mondiali di latte.
Quando il calore umido diventa nemico
L’analisi rivela che la produzione di latte crolla quando le temperature del bulbo umido superano i 26°C. Questo parametro misura sia il calore sia l’umidità, offrendo una valutazione più precisa dello stress termico degli animali.
In presenza di tali condizioni, la produzione scende quasi del 10% e occorrono oltre 10 giorni perché torni ai livelli normali. I sistemi di raffreddamento come ventilatori e spruzzatori offrono un aiuto, ma la loro efficacia diminuisce man mano che le temperature salgono.
Il raffreddamento: una soluzione parziale
Le tecnologie di raffreddamento possono dimezzare le perdite nelle giornate moderatamente calde, ma nei giorni più torridi questa protezione si riduce sensibilmente. Gli allevatori recuperano l’investimento in circa un anno e mezzo, rendendo il raffreddamento una soluzione economicamente vantaggiosa, seppur non completamente risolutiva.
Ayal Kimhi, professore dell’Università Ebraica di Gerusalemme, conferma che gli allevatori conoscono bene gli effetti negativi dello stress termico sulle loro mandrie e adottano diverse strategie di adattamento.
Gli effetti persistenti del calore
I ricercatori hanno fatto una scoperta preoccupante: il calore influisce sulla produzione di latte più a lungo di quanto si pensasse. Dieci giorni consecutivi di calore umido possono ridurre le rese fino al 26%. L’accumulo di stress termico rende il recupero lento e laborioso.
Alcuni allevamenti provano a spostare i periodi di parto e modificare gli orari di alimentazione per limitare i danni del calore. Pur offrendo qualche beneficio, queste strategie aggiuntive hanno mostrato un’efficacia limitata rispetto alla portata del problema.
Scenari futuri preoccupanti
Le proiezioni per i principali paesi produttori di latte dipingono uno scenario allarmante. Senza sistemi di raffreddamento, potrebbero perdere fino al 4% della produzione annuale entro la metà del secolo. India, Pakistan e Brasile sono tra i paesi che rischiano le perdite maggiori, mentre il raffreddamento può solo attenuare l’impatto senza eliminarlo completamente.
Anche nazioni come Stati Uniti e Cina continuerebbero a registrare perdite nonostante l’adozione di tecnologie di raffreddamento.
Ripensare l’allevamento del futuro
La ricerca ha messo in luce un paradosso: le mucche ad alta produzione sono quelle che soffrono di più lo stress termico. Le perdite maggiori si verificano durante le prime fasi di lattazione e tra gli animali più anziani e produttivi. Questo dato solleva interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine dei sistemi di allevamento intensivo.
Il confinamento completo in ambienti chiusi può ridurre l’esposizione al calore ma crea nuovi problemi legati allo stress da reclusione. Claire Palandri, ricercatrice della Harris School of Public Policy, sottolinea come lo studio evidenzi sia il valore sia i limiti delle tecnologie di raffreddamento e degli altri sforzi degli allevatori per adattarsi al cambiamento climatico.
La ricercatrice invita i responsabili politici a esplorare strategie alternative per alleviare lo stress termico degli animali, come ridurre il confinamento o permettere comportamenti più naturali, per salvaguardare la produzione di latte in un mondo sempre più caldo.
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Fonte studio:
- Lo studio è pubblicato sulla rivista Science Advances.
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