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“Remigrazione delle big tech” non esiste. Non è un fenomeno studiato, non è un termine tecnico, non è una politica. È un’espressione che ho inventato, rubando una parola al dibattito politico europeo e applicandola a un’altra categoria, ovvero alle cinque aziende tecnologiche americane da cui l’Europa dipende in modo quasi totale. È una provocazione, lo ammetto. Ma le provocazioni servono quando i fatti vengono ignorati. E i fatti, in questo caso, sono documentati da ricerche serie, rapporti ufficiali e cronache quotidiane.
Indice
Remigrazione delle big tech" è un termine che non esiste. L'ho inventato per descrivere un fenomeno reale. L'Europa cerca di ridurre la dipendenza da Alphabet, Meta, Microsoft, Amazon e Apple. Amnesty International chiede di frenare il loro potere sui diritti umani. Marietje Schaake parla di colpo di stato. Wired documenta decine di enti europei che abbandonano i servizi americani.
Ma il costo della dipendenza non è solo geopolitico. Le AI Overviews di Google hanno fatto crollare il traffico organico fino al 34%, distruggendo posti di lavoro nell'editoria e nel digitale. I social sono progettati per creare dipendenza neurologica, con effetti misurabili su ansia, depressione e insonnia. Le intelligenze artificiali generative rischiano di corroborare false credenze e radicalizzare le convinzioni. La remigrazione non è solo una questione di dati. È una questione di salute pubblica, di economia e di verità.
Cinque aziende, un potere che nessuno controlla
Amnesty International ha pubblicato una ricerca intitolata “Fermiamo Big Tech” in cui chiede ai governi di tenere a freno il potere di Alphabet, Meta, Microsoft, Amazon e Apple, e io aggiungo anche OpenAI.
È la prima volta che l’organizzazione dedica un report specifico a questo tema con un messaggio è diretto: queste aziende hanno costruito un potere ampio, privo di controlli, che mette a rischio la privacy, la non discriminazione, la libertà di opinione e l’accesso alle informazioni.
Le cinque aziende dominano i motori di ricerca, i social network, gli store di app e il cloud. In molti paesi europei, una parte significativa della vita sociale e lavorativa dipende dai loro servizi.
Questo significa che una manciata di corporation decide quali contenuti vedere, quali informazioni circolare e quali far sparire. Casi documentati di rimozione arbitraria di contenuti, moderazione incoerente e algoritmi basati su pregiudizi lo dimostrano ogni giorno.
Il colpo di stato silenzioso descritto da chi ci ha lavorato dentro
Marietje Schaake, docente a Stanford ed ex europarlamentare olandese, usa un’espressione ancora più forte della mia: “Il colpo di stato delle big tech“. Nel suo libro, pubblicato in Italia da Franco Angeli, sostiene che queste aziende hanno occupato spazi tradizionalmente riservati agli Stati.
Decidono sulle operazioni digitali legate alla sicurezza nazionale, influenzano le libertà civili, condizionano il dibattito pubblico. Non sono elette, non rispondono a nessun elettorato, eppure prendono decisioni che riguardano miliardi di persone.
Schaake cita esempi concreti: i sistemi di riconoscimento facciale che non funzionano con le persone di pelle nera, i chatbot che suggeriscono salari più bassi alle donne, gli strumenti di polizia predittiva che replicano discriminazioni del passato.
Sono problemi noti, documentati, eppure queste tecnologie continuano a essere usate su larga scala. Il potere decisionale resta nelle mani di aziende che rispondono solo agli azionisti.
Perché ho scelto la parola “remigrazione”
Potevo usare “sovranità digitale“, che è il termine tecnico già in circolazione. Potevo dire “resilienza tecnologica” o “autonomia strategica”. Ma sono espressioni che non producono reazione.
La parola “remigrazione” produce una reazione perché è carica di significato politico, perché evoca immagini di confini, di appartenenza, di chi sta dentro e chi sta fuori. Ed è esattamente la domanda che l’Europa dovrebbe farsi: le infrastrutture digitali che regolano la nostra vita quotidiana devono restare “fuori” dal nostro controllo, oppure possiamo riportarle “dentro“?
Non sto dicendo di espellere nessuno. Sto dicendo che il termine serve a rendere visibile un’urgenza che le parole tecniche nascondono.
L’Europa ha già iniziato, senza dargli un nome
Un’analisi di Wired ha documentato decine di casi in cui enti europei hanno iniziato a sostituire le tecnologie americane con alternative locali o open source. Il Parlamento europeo ha rimpiazzato Google con il motore di ricerca francese Qwant.
In Francia, migliaia di dipendenti pubblici usano LaSuite, una suite di produttività open source sviluppata dal governo. Euro-Office, un servizio europeo per la gestione dei documenti, è in fase di lancio. Diverse città nei Paesi Bassi, in Francia e in Germania stanno abbandonando Microsoft Office e Google Docs.
Il governo olandese sta spostando il proprio codice da GitHub, di proprietà Microsoft, verso un repository autonomo. La Finlandia ha scelto di non trasferire i dati elettorali sul cloud di Amazon. Il gestore del dominio belga .be ha annunciato l’uscita da AWS. È nato Eurosky, un’alternativa europea a Bluesky.
Nessuno di questi enti ha usato il termine “remigrazione”. Ma quello che fanno è esattamente ciò che la mia provocazione descrive.
Perché proprio ora
Le iniziative europee di sovranità digitale esistevano già prima del secondo mandato di Trump, ma l’accelerazione è evidente. Le politiche aggressive dell’amministrazione americana, gli attacchi al diritto internazionale e all’Unione europea, i legami sempre più stretti tra Silicon Valley e Casa Bianca hanno fatto scattare più di un campanello d’allarme.
Le sanzioni statunitensi contro funzionari della Corte penale internazionale hanno spinto persino quell’istituzione ad allontanarsi dalle tecnologie di Microsoft.
Schaake lo dice chiaramente: “Cittadini, aziende e organizzazioni sono determinati a prendere in mano il proprio futuro digitale. Svincolati dagli interessi dei miliardari e dalle politiche di Trump”. Un ministro bavarese ha sintetizzato il sentimento: “Non abbiamo più tempo per discutere a parole dell’importanza della sovranità digitale: dobbiamo passare dalle parole ai fatti”.
La remigrazione è davvero possibile?
Qui serve onestà: una separazione completa è, oggi, quasi impossibile ma auspicabile. Un rapporto del Parlamento europeo lo ammette: le aziende con sede negli Stati Uniti dominano quasi ogni livello dello stack digitale europeo, dal cloud all’intelligenza artificiale, dalla cybersecurity ai sistemi operativi mobili. L’Europa, e gran parte del mondo, è profondamente intrecciata con queste tecnologie.
Inoltre, le iniziative di distacco rischiano di inasprire rapporti già delicati con Washington, che ha criticato apertamente le rigide leggi europee sul digitale. Schaake avverte: “Trump rispetta la forza, non la debolezza. La strategia europea non ha funzionato”.
Cosa chiede chi vuole frenare le big tech
Amnesty International raccomanda una serie di misure concrete: indagare sui danni ai diritti umani causati da pratiche anti-concorrenziali, chiudere aziende i cui monopoli abbiano prodotto danni, regolamentare il settore dell’intelligenza artificiale, bloccare fusioni che rischiano di danneggiare i diritti, integrare la dimensione dei diritti umani nelle decisioni antitrust.
Schaake aggiunge: serve regolare il potere, non solo le distorsioni di mercato. Le multe attuali sono un costo accettabile per le big tech. Serve il principio di precauzione, infrastrutture digitali pubbliche, trasparenza sugli algoritmi, controllo democratico. E soprattutto servono alternative europee reali: nel cloud, nella cybersecurity, nell’IA, nei satelliti.
Eh si, qualcuno ha perso il lavoro
C’è un aspetto della remigrazione delle big tech che nessuno racconta abbastanza, ovvero il costo umano di questa dipendenza. Non si tratta solo di dati, di sovranità, di diritti. Si tratta di persone che hanno costruito la propria professione su un equilibrio che Google ha deciso di spostare, unilateralmente, senza chiedere permesso a nessuno.
Con l’introduzione delle AI Overviews, i riassunti generati dall’intelligenza artificiale che Google mostra direttamente nella pagina dei risultati, il traffico organico verso i siti web è crollato. Gli studi parlano di un calo medio tra il 18% e oltre il 30% per le ricerche che mostrano il riepilogo AI.
Un’analisi di Ahrefs su 300.000 parole chiave ha misurato una riduzione del Click-Through Rate fino al 34,5% per la prima posizione organica. Il Pew Research Center ha rilevato che gli utenti sono quasi due volte meno propensi a cliccare su un link quando è presente un’AI Overview: un CTR dell’8% contro il 15% delle ricerche tradizionali. E solo l’1% delle volte clicca su uno dei link citati dentro il riepilogo stesso.
Cosa significa questo in concreto? Che i siti di informazione, i blog specializzati, le testate locali, i consulenti SEO, i copywriter, i content manager, le agenzie digitali e migliaia di professionisti europei che vivevano di traffico organico stanno vedendo evaporare la propria fonte di reddito. Non perché abbiano smesso di produrre contenuti di qualità. Non perché i loro lettori li abbiano abbandonati. Ma perché Google ha deciso di rispondere al posto loro, assorbendo il valore e restituendo solo le briciole. Lo dico senza mezze misure: Google è una merda!
Il settore dell’editoria digitale è il più esposto con le query informative quelle che generavano il grosso del traffico, sono quelle dove l’AI Overview appare con maggiore frequenza, circa l’88% dei casi secondo seoClarity. Healthcare, finanza personale, educazione, tecnologia, settori interi costruiti sulla fornitura di informazioni dirette stanno venendo svuotati. E chi perde traffico perde ricavi pubblicitari, perde abbonamenti, perde clienti. E quando un’azienda perde ricavi, licenzia.
Questa è la faccia concreta della dipendenza da una big tech. Non è un’astrazione geopolitica, non è fantascienza. È un redattore che non viene rinnovato, un consulente SEO che chiude la partita IVA, un piccolo editore che chiude i battenti.
E quando il potere decisionale su chi vede cosa e quindi su chi guadagna e chi no, è concentrato nelle mani di un’unica azienda americana che non risponde a nessun parlamento europeo, allora la remigrazione delle big tech non è più una provocazione intellettuale. È una questione di sopravvivenza economica.
E nel frattempo i nostri figli non dormono più
C’è un danno che non si misura in percentuali di traffico perso. È un danno che si misura in dopamina, in ore di sonno rubate a cervelli che stanno ancora crescendo. Le piattaforme social sono progettate per creare dipendenza e non è un’opinione, è neuroscienza. Ogni like, ogni notifica, ogni commento attiva lo striato ventrale e l’area tegmentale ventrale del cervello, le stesse aree coinvolte nella dipendenza da sostanze.
Il meccanismo è identico a quello del gioco d’azzardo. I ricercatori dell’Università della Carolina del Nord hanno documentato che gli adolescenti che controllano i social più di quindici volte al giorno sviluppano una ipersensibilità al feedback sociale nei centri di ricompensa. Il cervello si adatta, richiede dosi crescenti e nel frattempo perde il controllo degli impulsi.
Il risultato è una generazione che vive ansia, depressione, bassa autostima, disturbi del sonno e difficoltà di concentrazione. La Fear of Missing Out trasforma il social in anestetico e veleno allo stesso tempo. E la dipendenza da social media non è nemmeno riconosciuta come diagnosi ufficiale nel DSM-5, il che significa che milioni di persone soffrono senza un nome clinico e senza che nessun regolatore si senta responsabile.
Il punto non è demonizzare la tecnologia, il punto è chiedersi chi decide il design delle interfacce che massimizzano il tempo di permanenza a scapito della salute mentale di milioni di europei. La risposta è nessuno. La remigrazione delle big tech non è solo una questione di dati o di economia. È una questione di salute pubblica.
La realtà si sta sgretolando
C’è un terzo danno che la remigrazione delle big tech dovrebbe mettere in conto, ed è forse il più difficile da riparare perché non riguarda i dati, non riguarda l’economia, non riguarda il sonno. Riguarda la verità.
Uno studio dell’Università di Berkeley ha dimostrato che le intelligenze artificiali generative come ChatGPT, Dall-E, Bing AI e Gemini rischiano di corroborare false credenze in chi parte da presupposti sbagliati. Il meccanismo è semplice e inquietante. I software pescano informazioni dal web e le restituiscono con un tono autorevole, sicuro, convincente.
L’utente percepisce la risposta come competente e tende a fidarsi, perché la tecnologia viene presentata al mondo con capacità sovradimensionate e irrealistiche. Si dà per scontato che l’intelligenza artificiale scarti a priori le fake news, ma non funziona così. E quando la risposta conferma una convinzione sbagliata, lo stesso studio di Berkeley rileva che si diventa molto meno inclini a cambiare idea. La radicalizzazione non è un effetto collaterale, è il risultato prevedibile di un sistema progettato per sembrare infallibile.
Il problema è aggravato dal fatto che le classi sociali più emarginate e con un tasso d’istruzione inferiore risultano più propense a credere alle risposte dell’IA, e quindi più esposte alla disinformazione. Non è una colpa individuale, è una asimmetria di potere. Da una parte c’è un’azienda che progetta un’interfaccia persuasiva, dall’altra c’è una persona che cerca una risposta e si fida.
L’Unione Europea si è mossa in anticipo proprio per questo, redigendo una normativa anti fake news in vista delle elezioni comunitarie. Ma la normativa da sola non basta se a produrre la disinformazione è un algoritmo di proprietà americana che non risponde a nessun parlamento europeo. Il team di ricerca di Berkeley propone soluzioni tecniche, come rendere meno nette le risposte e aggiungere sistemi di valutazione da parte di esperti. Ma alla base resta l’educazione del pubblico, e quella educazione è impossibile se la tecnologia continua a essere venduta come oracolo.
Anche questo è un costo della dipendenza. Non solo i dati che finiscono oltreoceano, non solo il traffico che evapora, non solo i cervelli dei ragazzi. Anche la capacità collettiva di distinguere il vero dal falso, che è il prerequisito minimo di qualsiasi democrazia.
E a chi dice “a me non toccherà”
C’è sempre qualcuno che legge questi argomenti e pensa che riguardino gli altri. Riguardano i giornalisti, i consulenti SEO, le mamme con figli adolescenti, i piccoli editori. Non me, che ho un lavoro stabile, che non dipendo da Google, che sono abbastanza intelligente da capire quando una risposta dell’intelligenza artificiale è sbagliata. È una rassicurazione comprensibile e profondamente sbagliata.
Cominciamo dall’informazione. Diventerà sempre più difficile capire cosa è vero e cosa no. Non perché siamo stupidi, ma perché la quantità di contenuti sintetici generati automaticamente supererà la capacità di chiunque di verificare.
Le notizie false non arriveranno più da un sito losco con la grafica brutta, arriveranno con il tono giusto, le fonti giuste, il contesto giusto, e con un’autorevolezza artificiale che le renderà indistinguibili da quelle vere, e quando non potrai più fidarti di ciò che leggi, non ti fiderai più di niente. Nemmeno di ciò che è vero. Questo è il punto di arrivo, ed è già iniziato.
Ora passiamo al lavoro. Il ragionamento classico dello scettico è questo. Io faccio un lavoro che richiede giudizio, creatività, relazioni umane, esperienza. Le macchine non possono farlo. Io sono al sicuro. Peccato che questo ragionamento sia stato fatto da ogni categoria professionale prima di essere travolta.
I traduttori erano al sicuro. I grafici erano al sicuro. Gli analisti finanziari erano al sicuro. Gli avvocati junior erano al sicuro. I programmatori erano al sicuro. L’intelligenza artificiale generativa non sostituisce chi fa il lavoro più difficile, sostituisce chi fa il lavoro che sta un gradino sotto, e poi un altro, e poi un altro. Il conto sale di piano in piano e a un certo punto bussa anche alla tua porta.
E i robot fisici stanno arrivando con la stessa logica. Non sostituiscono l’operaio specializzato (per ora), sostituiscono il magazziniere, il cassiere, il fattorino, l’impiegato dell’archivio. Ma la catena del valore è collegata. Quando un pezzo cade, cade anche quello che stava sopra. E chi pensava di essere troppo qualificato per essere toccato si accorge che la qualificazione non è uno scudo quando il terreno sotto i piedi cambia.
La dipendenza da una big tech funziona come una dipendenza da una sostanza. Finché funziona non la vedi. La vedi solo quando smette di funzionare, e a quel punto i costi sono già stati pagati da qualcun altro. La differenza è che le sostanze chimiche almeno non progettano un algoritmo per farti tornare a cercarle.
E se la risposta fosse già scritta, ma nessuno la sta leggendo
Mentre l’Europa cerca di costruire alternative e i governi discutono di sovranità digitale, esiste da più di dieci anni una risposta concreta che funziona già. Si chiama fediverso ed è un insieme di social network che possono comunicare tra loro usando un protocollo comune. Il nome è una parola macedonia che unisce federated e universe, e descrive bene l’idea.
Non esiste un’unica piattaforma centrale, non esiste un’azienda che possiede tutto, non esiste un consiglio di amministrazione in California che decide cosa vedi e cosa no. Esistono migliaia di server indipendenti, chiamati istanze, che chiunque può creare e gestire, e che si parlano tra loro come si parlano Gmail e Outlook quando ti inviano una mail.
Un utente di Mastodon può interagire con un utente di Misskey, un utente di Lemmy può leggere i post di chi usa Kbin, e nessuno di questi deve registrarsi su un servizio americano per farlo. Il protocollo che rende tutto possibile si chiama ActivityPub, è uno standard del W3C dal 2018, ed è aperto, libero, controllabile. Le piattaforme che lo usano sono open source, quindi chiunque può verificare come funzionano, chi le gestisce può stabilire le proprie regole, e nessun algoritmo opaco decide cosa meriti attenzione.
Il fediverso non è una teoria accademica. Esiste, cresce, ha una storia che parte da progetti come Laconica e StatusNet nel 2008, attraversa la nascita di diaspora e di GNU social, arriva a Mastodon (dove ho una pagina) e oggi include decine di piattaforme diverse che coprono microblogging, social news, video, musica, fotografia. È già la prova che un altro modo di stare online non è un’utopia.
Allora perché non lo usa nessuno, o quasi. Perché le big tech hanno investito miliardi per rendere la dipendenza comoda, perché i nostri amici sono dall’altra parte, perché nessuno ci ha mai spiegato che esiste un’alternativa. E perché costruire un’infrastruttura libera richiede uno sforzo collettivo che il mercato non premia, mentre il modello centralizzato lo premia ogni singolo trimestre.
La remigrazione delle big tech, se esiste, non può che passare anche da qui. Non solo dai governi, non solo dalle normative, non solo dalle multe. Ma dalle scelte di chi, ogni giorno, decide dove postare, dove leggere, dove far crescere i propri figli digitali. Il fediverso è già pronto. Aspetta solo che qualcuno decida di abitarlo.
Un nome per un auspicio
“Remigrazione delle big tech” resterà probabilmente un’espressione che non entrerà nei manuali. Ma i nomi servono a qualcosa: rendono visibile ciò che è invisibile, danno forma a ciò che è ancora informe. Se anche solo una persona, leggendo questa provocazione, si chiede “ma noi di chi siamo prigionieri?”, allora il termine ha fatto il suo lavoro. Il fenomeno che descrive, quello sì, è già in corso. E non ha bisogno del mio benvenuto per continuare.
- PS: Sono concettualmente contro la remigrazione e non amo questa “filosofia” di vita, non credo nelle RAZZE (lo dice la scienza eh),e non mi associo ai personaggi televisivi che sbandierano la remigrazione come soluzione di tutti i mali. Questa è una provocazione e QUINDIIIIIII …..