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Leggete bene, perché non ci sono giri di parole: Google è una merda. E non è un’opinione, è la constatazione di un disastro annunciato. Per oltre vent’anni questo mostro ha deciso chi mangia e chi crepa di fame, dettando legge su come scrivere, cosa pubblicare e come impaginare ogni singola riga del web.
Ha trasformato giornalisti, scrittori e appassionati in schiavi dell’algoritmo, costringendoli a produrre contenuti sterili, ottimizzati per una macchina e non per esseri umani come ha ben scritto Antonio Moro nel suo articolo. Ti appoggio Antonio, anzi mi senti di dirti che ti vedo come amico anche se non ci siamo mai incontrati.
Indice
Google, Meta, Amazon e TikTok hanno trasformato il web in una discarica digitale, uccidendo la creatività e strangolando economicamente editori e professionisti. Mentre giganti come Sam Altman giustificano sprechi energetici mostruosi paragonandoli alla crescita umana, gli utenti rincoglioniti continuano a nutrire questo mostro a quattro teste.
L'articolo denuncia il cannibalismo dell'IA, il tradimento europeo che finanzia i propri carnefici e il degrado morale dei social. La chiusura dei siti indipendenti è già iniziata: se non migrate subito su alternative etiche come Infomaniak, Qwant o Mastodon, vi troverete a bere acqua di scarico riciclata in un deserto informativo controllato da pochi padroni americani.
Il dittatore algoritmico che ha strangolato la creatività
Google non si è limitato a organizzare l’informazione; l’ha sequestrata. Ha imposto un catechismo fatto di parole chiave, densità testuali e strutture rigide, uccidendo sul nascere ogni slancio creativo. Si è scritto per compiacere un bot, non per parlare a persone. E ora che ha succhiato ogni goccia di valore dai contenuti prodotti da esseri umani, volta le spalle con arroganza.
Siti web chiudono ogni giorno, lasciando dietro di sé macerie umane. Non sono domini che scadono, sono famiglie che perdono il reddito, professionisti ridotti alla fame. Google è diventato ricco sulle spalle di chi ha creato contenuti gratis o per pochi spiccioli, per poi schiacciarli senza pietà quando il vento è girato. Dietro ogni chiusura c’è una persona reale, con un mutuo e delle bollette, delle ambizioni, dei sogni, distrutti perché un’azienda americana ha deciso che il suo lavoro non vale più niente.
Social media: il colpo di grazia tra fake news e menti plasmate
Se Google ha preparato il terreno, i social media hanno affondato il coltello. Meta, X e gli altri hanno trasformato il web in una fabbrica di consenso, dove le regole sono scritte solo per massimizzare il profitto aziendale, fregandosene delle professioni e della qualità dell’informazione. Passano sopra alle carriere e alle competenze come uno schiacciasassi, promuovendo urlatori e truffatori a danno di esperti e professionisti.
Le fake news non sono un effetto collaterale, sono il motore del business. Si stima che una fetta significativa del fatturato di queste piattaforme derivi proprio dalla circolazione di notizie false e sensazionalistiche, che generano engagement e clic facili. Ma il danno vero è nelle menti. Queste aziende stanno plasmando il modo di pensare di intere generazioni, soprattutto dei più piccoli, abituandoli a credere che la verità sia ciò che appare per primo nel feed, indipendentemente dalla sua veridicità.
Amazon: il deserto commerciale e l’arte di non pagare le tasse
Nel commercio, Amazon ha replicato il modello predatorio con una precisione chirurgica. Ha creato un monopolio sullo shopping online, imponendo regole a senso unico che hanno spazzato via le attività fisiche. Negozi storici chiusi, centri urbani trasformati in fantasmi, mentre il colosso americano continua a crescere.
Ma il vero schifo è il disprezzo totale per le tasse. Mentre i piccoli commercianti chiudono schiacciati dalla pressione fiscale, Amazon sposta miliardi in paradisi fiscali, giocando con le normative e ridendo in faccia a chi cerca di far quadrare i conti. Hanno distrutto il tessuto commerciale locale per costruire un impero che non contribuisce alla società che lo ospita.
Il tradimento europeo: abbiamo pagato il boia per farci tagliare la testa
Non illudetevi che la colpa sia solo americana. C’è una responsabilità diretta, oscena, delle aziende europee in questo massacro. Il sangue che scorre nelle vene di questi mostri è denaro europeo. Sono i nostri fondi pensione, le nostre banche, le nostre PMI che per vent’anni hanno comprato spazi pubblicitari su Google e Meta, finanziando direttamente la propria distruzione.
Hanno pagato il boia per farsi tagliare la testa, hanno forgiato le catene che oggi li strangolano, e ora piangono miseria mentre i CEO americani comprano isole e lanciano razzi. Hanno dato miliardi a chi oggi li tratta come mendicanti, schiavi di algoritmi che non controllano e regole scritte in California con disprezzo totale per le leggi e l’economia del vecchio continente. È il suicidio economico più stupido della storia, hanno costruito il mostro che ora se li sta mangiando a colazione.
La colpa è anche vostra: utenti rincoglioniti e soddisfatti della spazzatura
Non illudetevi che la colpa sia solo delle aziende. Una bella fetta di responsabilità ce l’avete voi, utenti che vi siete fatti rincoglionire dagli algoritmi. Avete accettato passivamente questo web monoteistico, in mano a quattro o cinque padroni americani. Vi siete lamentati, certo, ma poi siete tornati a scorrere i feed, a cliccare sui titoli acchiappaclick, a bere le cazzate che vi vengono propinate.
Siete soddisfatti della merda che trovate sui social, dei risultati di ricerca sempre più inutili, delle risposte generate dalle IA di Google che sfornano informazioni false o fuorvianti senza che nessuno si ponga il dubbio della veridicità. Avete barattato la qualità con la comodità, il senso critico con l’intrattenimento facile.
TikTok: l’apice del degrado tra zinne di fuori e influencer del cazzo
Se pensavate di aver toccato il fondo, c’è TikTok a dimostrarvi che si può scavare ancora più a fondo. Qui la merda puzza all’ennesima potenza. Come è possibile che persone di tutte le età trovino beneficio nel guardare e creare contenuti del cazzo? Donne, mamme, ragazze che si mostrano smutandate, che parlano di cazzate o, quando va male, mettono in mostra il fisico con l’elastico del perizoma che lascia intravedere troppo.
Mentre questi contenuti idioti fanno milioni di visualizzazioni, chi prova a creare qualcosa di serio viene ignorato, deriso, preso per il culo. Non serve più competenza, non serve più studio. Basta un coglione qualsiasi, un influencer del cazzo, per stabilire la verità. Leggete i commenti sotto i loro video: è il trionfo dell’ignoranza, la celebrazione del nulla. I creatori di contenuti seri sono invisibili, o peggio, diventano il bersaglio degli scherzi di chi non sa nulla ma parla di tutto.
Sam Altman e l’insulto finale: l’energia per “addestrare” un bambino
Come se non bastasse, arrivano anche le giustificazioni assurde dei nuovi profeti dell’IA. Sam Altman, il guru di OpenAI, ha avuto il coraggio di paragonare l’addestramento di una intelligenza artificiale al consumo energetico necessario per far crescere un bambino. Ha dichiarato che serve molta energia per “addestrare” un essere umano in vent’anni, suggerendo che i data center che divorano elettricità e acqua sono un male minore.
Un paragone offensivo, che riduce la vita umana a un semplice processo di training dati, ignorando che le persone non sono software da ottimizzare. Mentre copywriter e giornalisti perdono il lavoro senza possibilità di ritrovarlo, mentre i siti web chiudono uno dopo l’altro, i signori della Silicon Valley si permettono di fare lezioni di etica ed ecologia, giustificando i loro consumi mostruosi con confronti del cazzo.

Il cannibalismo digitale: l’IA che si mangia la propria merda
Il colmo dell’assurdità è che stiamo assistendo a un cannibalismo digitale senza precedenti. Queste intelligenze artificiali, vanto della Silicon Valley, si stanno addestrando sui contenuti spazzatura creati da altre intelligenze artificiali. È un circolo vizioso di imbecillità pura che si autoalimenta.
Stiamo costruendo un ecosistema dove la verità viene frullata, digerita e rigurgitata in versioni sempre più distorte, fino a perdere ogni contatto con la realtà. Tra non molto, cercare informazioni su Google sarà come bere acqua di scarico riciclata all’infinito: sempre più torbida, sempre più tossica, piena di allucinazioni spacciate per fatti. E voi sarete lì a bere, convinti che sia acqua pura, mentre il vostro cervello si atrofizza definitivamente.
Il deserto che avanza: pochi attori, zero futuro
Tutto si sta concentrando nelle mani di pochissimi attori, lasciando un deserto intorno. Monocultura, monopensiero, monotonia. Le aziende europee hanno forgiato questi mostri americani a suon di miliardi in pubblicità, finanziando la loro ascesa, e ora si ritrovano schiacciate dall’avvento forzato delle intelligenze artificiali. La giostra sta finendo anche per loro, mentre il potere si accentra sempre più.
Nessuno sembra accorgersene, o forse fa finta di niente. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: un web impoverito, dove la diversità è morta e la creatività è stata sostituita dall’omologazione algoritmica.
Utenti del cazzo, svegliatevi
Non c’è più tempo per le mezze misure. Utenti del cazzo, svegliatevi. Prima che sia troppo tardi, prima che non resti più niente da salvare. Il web è morto, lunga vita al web, ma solo se smettiamo di trattarlo come una discarica e ricominciamo a trattarlo come un luogo di incontro, di scambio, di umanità. Smettetela di bere la merda che vi propinano, ricominciate a pensare con la vostra testa, a cercare fonti vere, a supportare chi crea contenuti con passione e non per compiacere un algoritmo.
E non venitemi a dire che è difficile cambiare. Non ci vuole una laurea per smettere di finanziare questi mostri. Creare una mail alternativa su servizi come Infomaniak, Tuta, Proton o Libero non richiede sforzi sovrumani, basta registrarsi e spostare la propria corrispondenza lontano dagli occhi delle Big Tech. Usare motori di ricerca europei è altrettanto semplice: basta digitare l’indirizzo di Ecosia o Qwant invece di perdere tempo nella merda di Google. Per avere un social “etico”, non inquinato da algoritmi che vi rendono schiavi, basta iscriversi a Mastodon invece di restare incollati a Facebook o X.
Le alternative esistono, sono gratuite o costano pochissimo, e soprattutto vi ridanno la dignità. Ogni volta che scegliete queste piattaforme, togliete un mattone al loro impero. Se continuate a stare zitti e buoni, il silenzio che calerà sui siti web chiusi sarà il vostro epitaffio.
La chiusura dei siti è iniziata, quando chiuderanno tutti, beh vi attaccherete tutti al cazzo
La carneficina è già in atto. Non è una previsione, è la cronaca di questi mesi, testate storiche che abbassano la saracinesca, blog indipendenti che spengono i server, progetti editoriali che muoiono nel silenzio generale. Quando l’ultimo sito indipendente chiuderà, quando non resterà più nulla da leggere se non i comunicati stampa delle multinazionali o i contenuti generati automaticamente dalle loro IA, non avrete più scuse.
Non potrete più dire “non sapevo” o “non c’erano alternative”. In quel momento, quando vi troverete davanti al vuoto pneumatico di un web omologato, morto e controllato da due o tre server centralizzati, beh, vi attaccherete tutti al cazzo. Non ci saranno più notizie vere, non ci saranno più voci fuori dal coro, non ci sarà più nessuno a raccontare la realtà senza filtri. Resterà solo l’eco delle loro menzogne e voi, finalmente soli, a guardarvi allo specchio rendendovi conto di aver regalato il vostro futuro per un po’ di traffico inutile.
Si in effetti non hai tutti i tiorti d’accordissimo su google amazon e meta i più grossi speculatori molto mediocri e traditori del pianeta ci metterei anche merdasoft, dio mio se esistesse un modo per cancellarli tirerei una monetina sotto a chi tocca! non se ne salva uno! io dico sempre siete talmente una vergogna vergognosa che la dea della vergogna si indigna!