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Sovranità digitale europea e infrastrutture tecnologiche: dal modello regolatorio al controllo delle risorse

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In breve: Per anni l’Europa ha cercato di governare Internet con le leggi, ma le grandi piattaforme restano americane. Ora, di fronte a un’80% di dipendenza tecnologica e a scelte unilaterali di Washington, l’UE punta a costruire infrastrutture digitali proprie. Per saperne di più continua la lettura.

La Commissione europea ha divulgato nel 2023 un rapporto sullo stato del decennio digitale che rivela una dipendenza critica: l’Unione Europea fa affidamento su partner stranieri per oltre l’80 percento dei suoi prodotti digitali.

Nell’ultimo decennio, i politici europei hanno ritenuto che la regolamentazione legale avrebbe potuto bastare per controllare Internet e le piattaforme digitali globali. Hanno concentrato gli sforzi principalmente sulla stesura di leggi per regolamentare le piattaforme straniere, anziché destinare risorse agli investimenti per sviluppare alternative tecnologiche europee autoctone.

Gli ultimi 10 anni hanno contribuito a creare l’esperienza di Internet che gli europei vivono attualmente, dove gli utenti si affidano necessariamente a piattaforme private straniere per servizi moderni come motori di ricerca, mappe digitali, comunicazioni istantanee, commercio online, social media, archiviazione cloud e software di intelligenza artificiale.

La sovranità digitale europea e il controllo delle infrastrutture tecnologiche rimangono obiettivi non raggiunti a causa della carenza di servizi nazionali convincenti sviluppati all’interno dell’Unione.

Sovranità digitale europea e infrastrutture tecnologiche in un minuto

L’UE sta abbandonando la strategia basata sulla sola regolamentazione digitale per abbracciare la sovranità tecnologica. Dopo aver creduto nel “Brussels Effect”, l’idea che le sue norme sarebbero state adottate globalmente, l’Europa si è resa conto di dipendere per oltre l’80% da tecnologie straniere. 

Il ritorno di Trump e le scelte unilaterali di Meta hanno accelerato questa presa di coscienza. Oggi, Bruxelles punta a costruire infrastrutture digitali europee, come EuroStack e una piattaforma di notizie basata su IA.

L’obiettivo non è più controllare le Big Tech, ma creare alternative autonome, radicate nei valori europei, per non diventare una “colonia digitale”. La sfida è passare dal ruolo di regolatore a quello di innovatore.

L’optimismo della regolamentazione legale e il paradigma del costituzionalismo digitale

I legislatori dell’Unione Europea hanno attribuito peso considerevole alla promessa della legislazione come strumento di controllo di Internet e delle tecnologie digitali. La legislazione si basava su un presupposto ottimista: l’UE avrebbe potuto raggiungere i suoi obiettivi di protezione dei cittadini controllando le piattaforme straniere attraverso strumenti legali, poiché l’Unione occupava una posizione privilegiata nel governo di Internet su scala mondiale.

La visione ottimistica del ruolo europeo è stata sostenuta dalla dottrina giuridica tra il 2012 e il 2022, che ha promosso il concetto di “potere normativo globale” dell’Europa, ovvero l’idea che l’Unione scriva le regole per Internet su scala planetaria. Questo ha incorporato il concetto di “costituzionalismo digitale“, la nozione che le normative europee potessero contenere le piattaforme come Meta, X e TikTok, manifestando così i valori europei di privacy e stato di diritto nell’economia delle piattaforme online.

Il costituzionalismo digitale rimane principalmente un movimento interpretativo che ha incoraggiato una visione ottimistica della posizione dell’Europa nell’economia di Internet, permettendo ai giuristi e ai politici di ignorare la crescente dipendenza tecnologica fino al momento in cui è diventato probabilmente troppo tardi per invertire la rotta.

L’influenza teorica dell'”Effetto Bruxelles” sulla policy europea

Nel 2012, Anu Bradford della Columbia University ha pubblicato un articolo destinato a influenzare una generazione di giuristi e decisori politici. L’articolo descriveva l’Unione Europea come un “egemone normativo benigno”, ovvero una superpotenza legislativa capace di dettare standard globali. Bradford affermava che i cittadini statunitensi subiscono quotidianamente il potere normativo europeo attraverso regolamenti che determinano cosmetici, alimenti e impostazioni sulla privacy delle piattaforme digitali.

La studiosa sosteneva che l’UE potesse sfruttare l’accesso al suo enorme mercato di consumatori per imporre standard rigorosi alle aziende Internet. Queste ultime avrebbero applicato tali standard a livello mondiale per beneficiare di economie di scala, piuttosto che adattare servizi specifici per ogni singolo paese. Nel libro del 2020, Bradford affermò che “tutto ciò che l’UE deve fare è regolamentare il suo mercato interno, e le aziende globali globalizzeranno tali norme europee“.

Bradford dimostrò come giganti della tecnologia come Facebook e Google si conformassero agli standard europei sulla privacy e li applicassero in tutto il mondo.

Una questione importante rimasta irrisolta in questa analisi riguardava chi realmente avesse preso le decisioni: il legislatore europeo aveva obbligato le piattaforme a conformarsi, oppure le stesse piattaforme avevano semplicemente deciso nel loro interesse personale di collaborare temporaneamente con l’UE?

Dalla fine del 2024, diventa sempre più evidente che il presunto potere della regolamentazione europea dipendesse in realtà dalla volontà delle piattaforme di conformarsi, una volontà che appare oggi completamente esaurita.

Il cambio di paradigma dopo la vittoria di Trump nel 2024

La vittoria elettorale di Donald Trump ha determinato uno scuotimento della fiducia dei politici europei nella visione ottimistica sostenuta da Bradford e dai costituzionalisti digitali.

All’inizio di gennaio 2025, Meta ha annunciato cambiamenti significativi nelle sue politiche di moderazione dei contenuti, interrompendo la collaborazione con fact-checker esterni e dimostrandosi fedele alla visione della Casa Bianca sulla libertà di espressione online.

Successivamente, i dirigenti delle principali aziende tecnologiche hanno partecipato in modo prominente all’insediamento presidenziale a Washington. La possibilità di mantenere la visione ottimistica del costituzionalismo digitale del decennio precedente è diventata progressivamente più difficile per i politici europei.

Persino i teorici del costituzionalismo digitale hanno iniziato a riconoscere i limiti della loro prospettiva. Nel febbraio 2025, Giovanni De Gregorio e Simona Demková hanno scritto su Verfassungsblog riconoscendo una “crisi imminente nell’applicazione della legge” e la “necessità di rivalutare l’approccio europeo alla regolamentazione dell’era digitale“.

Il rapporto di Mario Draghi e la rivalutazione della dipendenza tecnologica

Nel settembre 2024, Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, ha pubblicato un rapporto intitolato “Il futuro della competitività europea” che ha suscitato allarme nella comunità politica dell’UE.

Il rapporto avvertiva sui costi economici delle strategie normative europee orientate al mantenimento dello status quo e sulla profondità della dipendenza tecnologica dell’Unione. Il documento affermava che “l’UE dipende da paesi stranieri per oltre l’80 percento dei prodotti, servizi, infrastrutture e proprietà intellettuale digitali“.

Questo rapporto ha eroso significativamente la fiducia dell’Unione nelle soluzioni legali come strumento sufficiente per garantire sovranità digitale e controllo delle infrastrutture tecnologiche europee.

Verso un nuovo paradigma centrato sulla creazione tecnologica

In seguito al rapporto di Draghi e alla vittoria elettorale di Trump, i membri del Parlamento europeo come Alexandra Geese, Axel Voss e Aura Salla hanno abbracciato il paradigma della sovranità digitale con nuovo forza. Hanno proposto un programma di “semplificazione” legale incentrato sull’applicazione normativa, e hanno sostenuto finanziamenti e proposte politiche che due anni prima sarebbero parse completamente inverosimili.

Tra le proposte emergono una “Piattaforma europea di streaming di notizie” basata sull’intelligenza artificiale e EuroStack, un’iniziativa per gli investimenti in infrastrutture digitali con sede in Europa. La piattaforma di notizie rimane ancora in parte speculativa, tuttavia EuroStack ha acquisito una popolarità considerevole negli ambienti decisionali di Bruxelles. Henna Virkunnen, commissaria europea per la sovranità tecnologica, ha partecipato a un evento EuroStack nel giugno 2025.

Un documento di presentazione di EuroStack criticava gli anni di regolamentazione incentrata su partner statunitensi, descrivendoli come uno sbaglio che avrebbe probabilmente costretto l’UE verso un futuro di dipendenza irreversibile dalle infrastrutture digitali americane.

La necessità di abbandonare le abitudini idealistiche e investire nella tecnologia

La Commissione europea si prepara attualmente a semplificare le norme digitali con un nuovo piano omnibus. Appare evidente che la fiducia dei politici europei nel paradigma ottimistico e costituzionalista del decennio precedente si è notevolmente deteriorata, se non addirittura crollata. Tuttavia, le vecchie abitudini mentali rimangono difficili da abbandonare.

L’Unione Europea è stata descritta per decenni come uno “stato regolatore” che produce cambiamenti principalmente attraverso la creazione di norme giuridiche. Ora deve resistere al rischio di ricadere in questa zona di comfort e deve prestare attenzione nel semplificare le norme vigenti senza distruggere l’essenza delle protezioni che ha stabilito.

Se l’UE desidera offrire una visione autentica di Internet attenta ai diritti dei cittadini, deve abbandonare definitivamente le visioni idealistiche di un’egemonia attraverso il diritto. L’Unione deve reindirizzare le proprie energie umane e finanziarie verso la creazione diretta di tecnologie digitali innovative.

Iniziative come EuroStack e la European News Streaming Platform sembrano offrire promettenti punti di avvio per questa transizione verso la sovranità digitale europea fondata sul controllo reale delle infrastrutture tecnologiche.

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