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I microbi nel permafrost artico si risvegliano con il riscaldamento globale

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Studio in breve: Miliardi di microbi antichi dormono nel permafrost artico da decine di migliaia di anni. Con il riscaldamento globale, si stanno lentamente risvegliando e riprendendo a decomporsi. Questa attività potrebbe rilasciare enormi quantità di gas serra, accelerando ulteriormente il clima. Per saperne di più continua la lettura.

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Sotto il terreno ghiacciato dell’Artico, intrappolati nel permafrost da decine di migliaia di anni, dormono trilioni di microbi antichi. Non sono piante né animali, ma organismi microscopici capaci di riattivarsi quando le condizioni lo permettono. Oggi, con il riscaldamento globale in atto, il sonno millenario sta finendo. Una ricerca dell’Università del Colorado Boulder rivela che i microbi nel permafrost artico si risvegliano con il riscaldamento globale, riprendendo attività metaboliche dopo oltre 40.000 anni di congelamento.

Il risveglio non è solo un fenomeno biologico: ha conseguenze dirette sul clima. Quando questi microrganismi tornano in vita, decompongono materia organica sepolta, composta da resti di piante e animali dell’era glaciale, e rilasciano anidride carbonica e metano, due potenti gas serra. Un circolo vizioso potrebbe accelerare ulteriormente il riscaldamento del pianeta.

I microbi nel permafrost artico si risvegliano in un minuto

Uno studio rivela che i microbi nel permafrost artico si risvegliano con il riscaldamento globale. Campioni prelevati in Alaska e scongelati in laboratorio hanno mostrato che microrganismi antichi, dormienti da oltre 40.000 anni, riprendono attività metabolica dopo mesi di esposizione a temperature estive. Formano biofilm e decompongono materia organica sepolta, rilasciando anidride carbonica e metano. 

Questo processo potrebbe innescare un feedback climatico pericoloso: più scioglimento → più microbi attivi → più gas serra → ulteriore riscaldamento. Il permafrost contiene circa 1.500 miliardi di tonnellate di carbonio, quasi il doppio di quello atmosferico.

Il rischio cresce non solo con la temperatura, ma con la durata del disgelo. Il risveglio di questi organismi trasforma l’Artico da serbatoio a fonte di emissioni, con implicazioni globali. Servono studi più ampi per valutare il reale impatto ecologico.

Il permafrost: un archivio vivente del passato

Il permafrost copre quasi un quarto delle terre emerse nell’emisfero settentrionale, in Alaska, Siberia e Canada. È uno strato di terreno che rimane sotto zero per almeno due anni consecutivi, spesso per millenni. Ma non è solo ghiaccio e roccia: è un congelatore naturale che conserva ossa di mammut, radici fossilizzate e trilioni di cellule microbiche.

Nel tunnel del Corpo degli Ingegneri dell’Esercito in Alaska, dove sono stati prelevati i campioni della ricerca, si possono vedere resti preistorici emergere dalle pareti. L’odore umido e pungente che si avverte all’interno? È segno di attività microbica residua, un indizio che, anche nel freddo estremo, qualcosa è ancora vivo.

Dalla criostasi alla ripresa metabolica

Per testare la vitalità dei microbi, il team ha portato campioni di permafrost in laboratorio, aggiungendo acqua e mantenendoli a temperature tra 4 °C e 12 °C, simili a quelle estive in Alaska. All’inizio, la crescita cellulare era quasi impercettibile: meno di una cellula su 100.000 si divideva ogni giorno.

Dopo sei mesi, alcuni microrganismi hanno cominciato a formare biofilm visibili, strutture collettive che indicano attività metabolica consolidata. Tristan Caro, primo autore della pubblicazione, spiega che i campioni non sono morti e sono in grado di scomporre materia organica e rilasciare carbonio. Il risveglio è lento, ma inevitabile quando il caldo persiste.

Un motore nascosto del cambiamento climatico

Il vero pericolo non è solo lo scioglimento del ghiaccio, ma ciò che accade dopo. I microbi risvegliati agiscono come decompositori naturali, trasformando carbonio organico sequestrato da millenni in CO₂ e metano. Attualmente, il permafrost immagazzina circa 1.500 miliardi di tonnellate di carbonio, quasi il doppio di quello presente nell’atmosfera.

Se anche una frazione venisse rilasciata, potrebbe innescare un feedback positivo: più gas serra portano a più riscaldamento, che causa più disgelo, che attiva più microbi, che rilasciano altro gas.

Durata del disgelo, non solo temperatura

Uno dei risultati più importanti della ricerca è che non conta solo quanto fa caldo, ma per quanto tempo. Anche un’estate leggermente più lunga, con temperature sopra lo zero che si protraggono in primavera e autunno, può dare ai microbi il tempo necessario per attivarsi. Un singolo giorno caldo non basta, ma un’estate prolungata sì.

Il rischio aumenta progressivamente, non improvvisamente. Sebastian Kopf, coautore della ricerca, sottolinea che rimane una delle grandi incognite del sistema climatico capire quanto velocemente il permafrost passerà da congelato a fonte di emissioni.

Domande aperte e ricerca futura

La ricerca si basa su campioni limitati provenienti da una sola zona dell’Alaska. Resta da capire se microbi di altre regioni artiche si comportano allo stesso modo. Le differenze nel tipo di suolo, nella composizione organica e nelle specie microbiche potrebbero influenzare il tasso di decomposizione.

Il permafrost potrebbe nascondere virus o patogeni sconosciuti, anche se non ci sono prove che rappresentino un rischio immediato. Ciò che è certo è che il permafrost non è un deposito inerte: è un ecosistema dormiente, pronto a risvegliarsi. Mentre l’Artico si riscalda più rapidamente del resto del pianeta, quel risveglio potrebbe avere effetti globali.

Verso un futuro più instabile

Ogni metro cubo di permafrost che si scioglie non è solo una perdita di ghiaccio: è un nuovo laboratorio biologico in funzione. I microbi antichi, una volta isolati dal mondo, ora partecipano al ciclo del carbonio moderno.

l risveglio potrebbe trasformare vaste aree artiche da pozzi a fonti di gas serra. Monitorare il fenomeno è essenziale per affinare i modelli climatici e prevedere scenari futuri. La sfida è fermare il riscaldamento, e comprendere fino in fondo le conseguenze di ciò che abbiamo già innescato.

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