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Deforestazione Amazzonia: quando tagliare gli alberi cambia il clima

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Risposta breve: Uno studio brasiliano analizza cause locali e globali dei cambiamenti climatici in Amazzonia. I ricercatori hanno separato l’impatto del disboscamento da quello del riscaldamento globale. Il risultato è chiaro: distruggere la foresta fa più danni del clima che cambia, soprattutto per quanto riguarda siccità e temperature elevate. Per saperne di più continua la lettura.

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Immaginatevi una polmone verde che da solo decide se far piovere o no. L’Amazzonia brasiliana funziona proprio così, e quando viene distrutta non perde solo alberi: smette letteralmente di produrre la sua pioggia e fa aumentare il caldo. Un gruppo di scienziati dell’Università di San Paolo ha finalmente misurato con precisione quanto danno faccia il taglio degli alberi rispetto ai cambiamenti climatici del pianeta intero.

Il verdetto è sorprendente: la deforestazione Amazzonia causa quasi tre quarti della perdita di pioggia durante i mesi secchi e un sesto dell’aumento delle temperature. Numeri che arrivano proprio mentre si avvicina la COP30 di novembre a Belém, dove il mondo discuterà di clima.

Deforestazione Amazzonia in un minuto

1. La deforestazione nell’Amazzonia brasiliana riduce la pioggia e alza le temperature durante la stagione secca molto più dei cambiamenti climatici globali. Uno studio dell’Università di San Paolo mostra che il 74,5% della diminuzione di pioggia secca e il 16,5% dell’aumento termico sono causati direttamente dalla perdita di foresta.

2. I cambiamenti climatici locali sono più intensi già nei primi stadi del disboscamento: rimuovere anche solo il 10-40% della vegetazione altera fortemente equilibrio idrico e termico, rendendo la foresta più vulnerabile.

3. L’Amazzonia produce parte della sua pioggia attraverso i “fiumi volanti” e processi naturali legati alla vegetazione. Distruggere la foresta indebolisce questo sistema, allungando la siccità e aumentando i rischi di incendi. Proteggere ogni ettaro aiuta a mantenere il clima locale stabile, soprattutto in vista della COP30 a Belém.

Meno alberi, meno pioggia: i numeri della siccità

Separare le colpe non è stato facile. Gli studiosi hanno creato modelli matematici per distinguere gli effetti del disboscamento amazzonico da quelli del riscaldamento globale, analizzando foreste perdute, temperature, precipitazioni e gas serra.

Durante la stagione secca, ogni anno cadono 21 millimetri di pioggia in meno rispetto al passato. Di questi, ben 15,8 millimetri spariscono proprio per colpa degli alberi tagliati. Le temperature massime sono salite di 2 gradi centigradi, e il 16,5% di questa crescita deriva dalla perdita forestale. Il resto arriva dal surriscaldamento mondiale.

Sapevamo già che in Amazzonia fa più caldo e piove meno“, racconta Luiz Augusto Toledo Machado, che ha coordinato il lavoro. “Ma mancava una distinzione netta tra quello che succede per colpa dell’inquinamento dei paesi del nord del mondo e quello che dipende dal Brasile che taglia la foresta. Ora abbiamo separato e pesato entrambi i fattori, come se stessimo facendo i conti di chi deve pagare cosa“.

I primi tagli fanno i danni peggiori

Una scoperta cambia tutto quello che credevamo sui “piccoli” disboscamenti: quando viene eliminato tra il 10% e il 40% della vegetazione originale, gli sconvolgimenti climatici locali raggiungono la loro intensità massima.

Marco Aurélio Franco, coautore dello studio, spiega che “i colpi più duri su temperature e precipitazioni arrivano già con i primi punti percentuali di deforestazione Amazzonia. È chiaro che dobbiamo proteggere la foresta così come si trova adesso. Non possiamo trasformarla in pascoli o piantagioni. Se proprio dobbiamo usare qualche risorsa, deve essere in modo sostenibile“.

Nota:

Le "piccole" invasioni iniziali non sono affatto marginali: colpiscono il sistema nel momento di maggiore vulnerabilità, sconvolgendo l'equilibrio tra acqua e calore su scala locale.

La macchina della pioggia verde

Il polmone amazzonico non si limita a immagazzinare carbonio: produce attivamente umidità. Radici profondissime e chiome enormi pompano acqua dal terreno verso l’atmosfera, alimentando i “fiumi volanti” – correnti aeree cariche di vapore che portano pioggia non solo alla foresta stessa, ma anche ad altri ecosistemi lontani come il Cerrado.

Ricerche precedenti dello stesso gruppo avevano già studiato la chimica di produzione delle precipitazioni: minuscole particelle, fulmini e reazioni che cambiano tra giorno e notte creano una sorta di “motore” per formare le nuvole.

Eliminare gli alberi spacca tutto il meccanismo: meno evaporazione, meno semi per la condensazione, stagioni secche più lunghe e più vulnerabili agli incendi.

Non sono ipotesi teoriche. I dati di MapBiomas mostrano che dal 1985 al 2023 l’Amazzonia brasiliana ha perso il 14% della sua copertura verde originaria. Un’area di 553.000 chilometri quadrati – quasi come la Francia intera – trasformata soprattutto in terreni per il bestiame.

Tra agosto 2024 e luglio 2025, il taglio della foresta è calato al secondo livello più basso mai misurato (4.495 km²), ma il degrado causato soprattutto dai roghi resta diffuso e difficile da fermare.

Come nasce la distruzione del verde

Per capire cosa stia spingendo tutti cambiamenti, i ricercatori hanno mescolato analisi climatiche di decenni, immagini satellitari, mappe dell’uso dei terreni e modelli matematici che seguono i cicli annuali e la perdita di vegetazione. Oltre a pioggia e temperature, hanno monitorato anche l’andamento dei gas serra.

In 35 anni, la concentrazione di CO₂ nella regione è cresciuta di circa 87 parti per milione e quella di metano di 167 parti per miliardo. Aumenti che dipendono per oltre il 99% dalle emissioni mondiali.

Questo non contrasta con altre ricerche che dimostrano come la distruzione forestale riduca la capacità di assorbire CO₂. Come chiarisce Machado, le misurazioni degli scambi di carbonio sono locali, mentre le concentrazioni atmosferiche riflettono un fenomeno planetario. In poche parole: l’aumento di fondo dei gas serra dipende dal clima mondiale, ma la distruzione locale della foresta ne diminuisce la capacità di assorbirli.

Salvare gli alberi per salvare l’acqua

Se le tendenze attuali continueranno, il futuro è già scritto: durante la stagione secca pioverà sempre meno e farà sempre più caldo, con rischi crescenti di siccità e condizioni perfette per i roghi.

Altri studi recenti hanno già evidenziato come il disboscamento amazzonico stia alterando la circolazione del monsone sudamericano, che porta precipitazioni nel centro e sud-est del Brasile. Indebolire questo flusso non danneggia solo agricoltura e rifornimento idrico a valle, ma riduce anche la capacità dell’Amazzonia di riprendersi da eventi estremi, come le forti siccità del 2023 e 2024.

I numeri di questa ricerca danno uno strumento concreto a chi deve prendere decisioni politiche, mostrando con esattezza quanto del caldo e della siccità attuali derivi da fattori locali e quanto dal riscaldamento globale.

I “conti da pagare” mettono in evidenza l’urgenza di proteggere la foresta che c’è ancora, recuperare le aree degradate e controllare gli incendi. Azioni che possono portare benefici rapidi su pioggia e temperature, anche mentre il mondo lavora per ridurre le emissioni.

Con la COP30 in programma a Belém, il messaggio dello studio non potrebbe essere più chiaro: mantenere intatta la foresta significa mantenere anche la pioggia. Ogni ettaro salvato porta vantaggi concreti per il clima locale, stagione dopo stagione, non solo nei bilanci globali del carbonio.

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