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Nella cucina americana l’olio di soia rimane onnipresente. Lo troviamo nei biscotti, nelle patatine, nei condimenti e persino nella margarina. Appare economico, neutro al gusto e privo di colesterolo. Dietro questa apparente innocuità si nasconde un effetto metabolico sorprendente.
Una ricerca dell’Università della California a Riverside rivela che non è l’olio di soia in sé a causare aumento di peso bensì ciò che il nostro corpo ne fa internamente.
L’olio di soia e gli effetti metabolici dipendono da una molecola derivata dall’olio prodotta dal fegato che altera il metabolismo dei grassi. Mediante un esperimento su topi geneticamente modificati gli scienziati hanno individuato questo meccanismo preciso, spiegando perché alcune persone ingrassano più facilmente di altre pur seguendo diete simili.
Indice
Olio di soia e gli effetti metabolici in un minuto
Uno studio dell’UC Riverside rivela che l’olio di soia favorisce l’obesità non per sé stesso, ma per le ossilipine che il fegato produce dall’acido linoleico in esso contenuto. Topi con una variante della proteina epatica HNF4α non ingrassavano, grazie a livelli più bassi di ossilipine e mitocondri più efficienti.
Il consumo di olio di soia negli USA è quintuplicato in un secolo, raggiungendo quasi il 10% delle calorie. Sebbene privo di colesterolo, è associato a grasso epatico, infiammazione e aumento del colesterolo. I livelli di ossilipine nel sangue non riflettono quelli nel fegato, rendendo difficile il monitoraggio.
La ricerca suggerisce che la sensibilità all’olio di soia dipende da fattori genetici e metabolici. Lo studio, pubblicato sul Journal of Lipid Research, invita a riconsiderare il consumo di oli vegetali ultra-processati.
Il gene che cambia il metabolismo lipidico
Nell’esperimento due gruppi di topi hanno mangiato la stessa dieta ricca di grassi e olio di soia. Un gruppo è ingrassato rapidamente mentre l’altro è rimasto snello. La differenza biologica risiedeva in una piccola variazione di una proteina epatica chiamata HNF4α.
La proteina HNF4a presente negli esseri umani regola centinaia di geni coinvolti nel metabolismo dei grassi. Nei topi con genetica più resistente una versione alternativa della proteina ha modificato il modo in cui il fegato trasforma l’acido linoleico, il principale grasso presente nell’olio di soia. Ha impedito la formazione di composti dannosi e migliorato la funzione mitocondriale, cioè la capacità delle cellule di bruciare energia.
Le ossilipine: il vero problema metabolico
L’acido linoleico non è una sostanza pericolosa di per sé. Il problema nasce quando il fegato lo converte in ossilipine, molecole derivate dai grassi che in eccesso scatenano infiammazione e favoriscono l’accumulo di grasso nel tessuto adiposo.
I ricercatori hanno scoperto che i topi normali nutriti con olio di soia sviluppavano alti livelli di ossilipine nel fegato e questo risultato rimane strettamente legato al loro aumento di peso.
I topi modificati geneticamente invece avevano livelli molto bassi di queste molecole, fegati più sani e mitocondri estremamente efficienti. Il messaggio chiaro del risultato è che non rimane importante il grasso che mangiamo bensì come il nostro corpo lo trasforma internamente.
Perché gli esami del sangue di routine non bastano
Un dato cruciale dello studio riguarda i livelli di ossilipine nel sangue che non riflettevano affatto quelli presenti nel fegato stesso. Questo significa che un esame del sangue di routine non rivelerebbe questi cambiamenti metabolici in corso.
Il danno oppure la protezione si gioca completamente dentro l’organo epatico in modo silenzioso, ben prima che compaiano sintomi visibili. Rimane un promemoria importante che la salute metabolica va oltre colesterolo e trigliceridi: richiede uno sguardo metabolico più profondo soprattutto quando si consumano grandi quantità di oli vegetali industriali.
Il consumo di olio di soia negli ultimi cento anni
Oggi negli Stati Uniti l’olio di soia è quasi il dieci per cento delle calorie totali consumate dalla popolazione, una quantità cinque volte superiore a un secolo fa. Rimane onnipresente negli alimenti ultra-processati spesso nascosto sotto la voce generica “oli vegetali” sulle etichette.
Nonostante la sua apparente assenza di colesterolo lo studio ha rilevato che l’olio di soia aumenta i livelli di colesterolo nei topi, un paradosso che sottolinea quanto il metabolismo dei grassi risulti complesso e non lineare. La soia rimane un’ottima fonte di proteine vegetali, tuttavia il suo olio consumato in eccesso potrebbe contribuire all’obesità, alla steatosi epatica e ad altre patologie metaboliche.
Come affrontare il consumo di olio di soia
I ricercatori non accusano l’olio di soia di essere una sostanza intrinsecamente cattiva. Come ha osservato Sonia Deol il vero problema rimane la quantità consumata. Il nostro organismo non si è evoluto biologicamente per gestire dosi così elevate di acido linoleico soprattutto quando proviene da cibi altamente raffinati e processati.
Il team scientifico sta ora studiando se altri oli ricchi di acido linoleico come quelli di mais, girasole e cartamo abbiano effetti metabolici simili. Gli esperti si chiedono se servono avvertenze ufficiali come quelle applicate alle sigarette.
“Ci sono voluti cento anni per mettere in relazione il fumo con il cancro” sottolinea Frances Sladek. “Speriamo di non aspettare altrettanto per riconoscere l’impatto di questa dieta silenziosa sulle malattie croniche“.
Il futuro della personalizzazione metabolica
La ricerca non mira a proibire un ingrediente alimentare comune. L’obiettivo consiste nel comprendere la variabilità umana nel metabolismo lipidico. Alcune persone a causa di genetica, età, sesso o condizioni di salute producono più o meno ossilipine dannose.
Un giorno potremmo personalizzare completamente le diete in base a questi profili metabolici individuali. Fino ad allora la lezione rimane semplice: meno cibi ultra-processati, più ingredienti interi e naturali, maggiore attenzione alle etichette alimentari. La salute non si misura solamente in calorie giornaliere bensì in ciò che accade metabolicamente nel fegato, spesso senza che ce ne accorgiamo nel quotidiano.
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