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Intossicazione da pesticidi, quasi un agricoltore su due ogni anno

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Quasi la metà degli agricoltori del pianeta viene avvelenata dai pesticidi almeno una volta l'anno, e la maggior parte di questi episodi non finisce in nessun registro. Uno studio appena pubblicato ha rifatto i conti dopo un ritiro editoriale contestato, e i numeri sono molto peggiori di quelli che la sanità mondiale citava da trent'anni.

Esiste una cifra che la sanità mondiale si portava dietro da oltre trent’anni senza che nessuno la aggiornasse davvero, ed è quella di un milione di avvelenamenti accidentali da pesticidi stimata nel 1990 da un gruppo di lavoro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Un nuovo studio pubblicato su Frontiers in Public Health ha ripreso quel filo, ha setacciato la letteratura scientifica fino al 2023 e ha incrociato i dati con il database sulla mortalità dell’OMS, arrivando a una conclusione che cambia la prospettiva in modo radicale.

Ogni anno nel mondo si verificano tra 402 e 433 milioni di intossicazioni acute involontarie da pesticidi, con circa 11.000 morti, e considerando una popolazione agricola globale di 934 milioni di persone significa che circa il 46% di chi coltiva la terra viene avvelenato almeno una volta nell’arco di dodici mesi.

Un nuovo studio aggiorna le stime sulle intossicazioni acute involontarie da pesticidi, ferme al 1990, e arriva a 402-433 milioni di casi l'anno con circa 11.000 morti. Su 934 milioni di agricoltori globali, circa il 46% viene avvelenato ogni anno, con prevalenze che raggiungono l'84% in Burkina Faso e il 73% in India. 

I dati ufficiali sottostimano enormemente il fenomeno, con fattori correttivi fino a 71 volte. L'uso mondiale di pesticidi ha toccato 3,8 milioni di tonnellate nel 2023. Gli autori indicano nell'eliminazione dei prodotti ad alta pericolosità, già raccomandata dalla FAO, la via più efficace per ridurre il carico di malattia.

Una ricerca nata da un ritiro contestato

La storia di questo studio comincia quattro anni fa, quando gli stessi autori avevano pubblicato una prima stima che parlava di 385 milioni di casi annui. La rivista aveva poi ritirato l’articolo sotto la protesta dei ricercatori, accogliendo le obiezioni di un lettore anonimo e di una lettera firmata dall’organizzazione di lobbying dell’industria dei pesticidi, che mettevano in discussione l’uso di alcune domande d’indagine interpretabili come riferite a un avvelenamento subito nella vita anziché nell’anno precedente.

Gli autori avevano dimostrato che anche dando ragione a quelle critiche l’effetto sui risultati sarebbe stato trascurabile, e hanno trasformato la polemica in un’occasione per rifare il lavoro in modo ancora più solido.

La versione aggiornata copre il periodo 2006-2023, include 139 Paesi e applica un’analisi di sensibilità che testa cosa succede cambiando i criteri di qualità degli studi. Il risultato si muove pochissimo, tra un massimo di 433 milioni di casi considerando tutte le nazioni e un minimo di 402 milioni tenendo solo quelle con i punteggi di qualità più alti, il che dice molto sulla robustezza della stima.

I numeri che emergono dai dati

Il lavoro ha passato in rassegna 214 articoli scientifici che coprono 62 Paesi, affiancati dai dati sulla mortalità di altri 77 stati, e le pubblicazioni esaminate riportano nel complesso 9.182 decessi e 360.450 casi non fatali.

Da qui la proiezione globale, che vede l’India da sola contribuire con circa 169 milioni di intossicazioni non fatali stimate, frutto di una prevalenza media del 73% applicata a una popolazione agricola di 230 milioni di persone.

La concentrazione geografica è netta, perché il numero maggiore di casi non fatali si concentra nell’Asia meridionale, seguita dal Sud-est asiatico e dall’Africa orientale. La prevalenza media negli agricoltori di tutti i Paesi considerati si attesta intorno al 42%, con punte che vanno dallo 0,04% dichiarato negli Stati Uniti fino all’84% del Burkina Faso, passando per il 53% del Pakistan, il 66% del Laos, il 71% della Tanzania e il 78% del Malawi.

Perché i registri sanitari raccontano solo una parte

La forbice tra ciò che viene registrato e ciò che accade davvero è uno degli aspetti più inquietanti di questa ricerca, e gli autori la descrivono con un esempio che rende l’idea meglio di qualsiasi tabella.

In una provincia ecuadoriana dedicata alla coltivazione di patate, quattro decessi annui per pesticidi corrispondono a dieci ricoveri, a quaranta intossicazioni che arrivano alle cure mediche, a quattrocento probabili avvelenamenti senza alcuna assistenza e a quattromila casi di neurotossicità subclinica con evidenti cali di performance lavorativa. Un altro studio ha calcolato un fattore correttivo fino a 71 per compensare la sottostima delle intossicazioni professionali nei sistemi di sorveglianza ordinaria.

Le ragioni di questo buco nero sono tante e tutte prevedibili. Chi si sente male dopo aver spruzzato un prodotto spesso non va dal medico perché non può permetterselo, perché perde una giornata di lavoro pagata, perché non ha trasporti o perché non ha copertura sanitaria.

A monte pesano l’assenza di un obbligo legale universale di segnalazione, la somiglianza dei sintomi con altre patologie, la scarsa familiarità di molti medici con gli effetti dei pesticidi e la difficoltà di ricostruire quale prodotto abbia causato il malessere. Persino l’India, che in un rapporto governativo del 2021 riportava circa 7.805 decessi, non ha poi trasferito quei dati al database dell’OMS.

Il contesto di una chimica sempre più usata

Dietro l’aumento dei casi c’è una crescita parallela dei consumi, visto che l’uso globale di pesticidi ha raggiunto i 3,8 milioni di tonnellate nel 2023, più del doppio rispetto al 1990. L’incremento assume proporzioni diverse a seconda dei continenti, con un +210% nelle Americhe e un +185% in Africa contro un -5% dell’Europa, e questo aiuta a capire perché il carico di malattia si concentri proprio nelle regioni dove l’agricoltura di sussistenza è più diffusa e i dispositivi di protezione individuale restano un lusso.

Va detto che lo studio si occupa esclusivamente delle intossicazioni involontarie, incluse quelle accidentali e dolose, lasciando fuori il capitolo dei suicidi. Quel fronte, altrettanto drammatico, riguarda il 14-20% dei suicidi globali con 110.000-168.000 vittime annue nel periodo 2010-2014, in calo rispetto alle circa 258.000 stimate per il 2002 grazie alla regolamentazione di alcune molecole molto tossiche e allo spostamento di popolazione dalle campagne verso le città.

Le soluzioni già scritte e mai applicate

Gli autori non si limitano a fotografare il problema e indicano una strada che la comunità internazionale ha già tracciato da tempo. Il consiglio della FAO aveva raccomandato nel 2006 di valutare l’eliminazione progressiva dei pesticidi ad alta pericolosità, una richiesta rilanciata nel 2015 dalla conferenza internazionale sulla gestione delle sostanze chimiche e oggi incorporata nel Global Framework on Chemicals, che fissa al 2035 l’obiettivo di dismettere queste molecole dall’agricoltura nei casi in cui il rischio non sia governabile. Diversi studi citati nel paper mostrano che l’abbandono dei prodotti più pericolosi non porta necessariamente a un calo della produttività.

L’Unione Europea viene indicata come riferimento, perché ha di fatto vietato quasi tutti i pesticidi ad alta tossicità acuta e impone per legge la certificazione della formazione degli utilizzatori professionali, con rinnovi periodici.

I ricercatori sollecitano i Paesi dove queste molecole sono ancora in commercio a costruire sistemi nazionali di formazione e abilitazione, garantendo però che i dispositivi di protezione suggeriti durante i corsi siano poi realmente disponibili e accessibili. Le sostanze classificate dall’OMS come 1a e 1b, estremamente e altamente pericolose, andrebbero riservate esclusivamente a personale formato, con obbligo per i datori di lavoro di fornire protezioni adeguate.

Un’emergenza che nessuno misura come dovrebbe

Il punto più amaro della ricerca riguarda la cecità statistica che circonda le intossicazioni non fatali. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU considerano solo i decessi quando si parla di avvelenamenti, e la maggior parte di questi riguarda il suicidio, così che l’intossicazione professionale acuta resta fuori dalle agende politiche e dalla ricerca sulle conseguenze croniche.

Ogni avvelenamento acuto, però, è anche il segnale di un’esposizione che può lasciare segni nel tempo, oltre a portare con sé perdita di qualità della vita, di sicurezza economica e di capacità lavorativa.

Finché i sistemi di sorveglianza nazionali non verranno armonizzati e ampliati, con definizioni di caso condivise e una distinzione chiara tra agricoltori, operai agricoli e bambini, continueremo a ragionare su stime che sono probabilmente prudenti. Gli autori sono espliciti su questo, perché la popolazione agricola calcolata dalla Banca Mondiale esclude il lavoro informale e la sussistenza, e quindi anche i 934 milioni di riferimento sono una cifra per difetto.

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