Come sfamare miliardi di persone senza distruggere gli ecosistemi naturali? La questione divide ricercatori e agricoltori da decenni. Da una parte chi sostiene la necessità di intensificare le produzioni su piccole aree, liberando spazio per la fauna selvatica. Dall’altra chi preferisce un’agricoltura estensiva e più dolce, distribuita su territori ampi dove animali e piante possano trovare rifugio tra i campi. Eppure la realtà si dimostra più sfumata di quanto sembri: produrre cibo e tutelare la natura non sono obiettivi per forza incompatibili.
Indice
Coltivare cibo e proteggere la natura in un minuto
1. Non esiste un unico modo migliore per coltivare e proteggere la natura: né l’agricoltura estensiva né quella intensiva su piccole aree funzionano sempre. La soluzione migliore dipende dal contesto locale, dalle specie presenti e dalle condizioni del suolo.
2. Molti studi si concentrano solo su uccelli e resa agricola, trascurando microrganismi, reddittività e servizi come l’impollinazione. Questo limita la comprensione reale dell’equilibrio tra produzione e biodiversità.
3. La strada più efficace sembra essere una combinazione di pratiche: coltivare in modo diversificato, mantenere aree protette ben collegate e ridurre sprechi e uso di colture per mangimi. Così si produce cibo e si tutela la natura senza scegliere tra i due.
Due strade a confronto nella ricerca scientifica
Eva Augustiny del Centro svizzero per l’agricoltura biologica ha coordinato un’ampia analisi per fare chiarezza. Il gruppo di ricerca ha setacciato 57 studi internazionali, ma solo 17 contenevano dati sufficientemente precisi per un confronto diretto. I risultati hanno riguardato 27 situazioni concrete in diversi paesi e ambienti.
Nel 52% dei casi esaminati, l’approccio migliore combina entrambe le strategie: zone ad alta produttività affiancate da aree meno sfruttate dove la natura può prosperare. Un altro 41% ha mostrato vantaggi per la concentrazione intensiva su piccole superfici, mentre appena il 7% ha premiato l’estensione su grandi territori.
La scarsità di dati affidabili limita però ogni conclusione definitiva. “Le evidenze empiriche attuali non bastano per dichiarare superiore uno dei due metodi“, ammette Augustiny. Gran parte degli studi si concentra sugli uccelli, specialmente quelli delle foreste tropicali, mentre organismi del suolo e microrganismi vengono spesso ignorati. Analogamente, la valutazione agricola guarda quasi solo alle rese, trascurando profitti, sostenibilità economica e servizi ambientali come l’impollinazione.
Paesaggi condivisi contro territori risparmiati
Nel linguaggio scientifico, “land sharing” descrive un’agricoltura meno aggressiva praticata su vaste estensioni. Qui si alternano campi coltivati a siepi, laghetti, filari di alberi e prati fioriti, con tecniche che rispettano la fauna locale.
Il “land sparing“, al contrario, concentra la produzione su aree ristrette ma molto produttive, destinando il resto del territorio a riserve naturali completamente protette. L’obiettivo è ottenere tutto il cibo necessario da meno ettari possibili, risparmiando spazio per gli ecosistemi selvaggi.
Entrambi i concetti derivano da un modello teorico formulato nel 2005, che ha tentato di prevedere come le diverse specie rispondono ai livelli di intensità agricola. Pur avendo stimolato molti esperimenti pratici, il modello non riesce a catturare la complessità dei paesaggi reali.
Ogni specie ha le sue esigenze
Le diverse forme di vita reagiscono diversamente ai cambiamenti del territorio. Uccelli forestali necessitano di grandi superfici continue e soffrono in ambienti frammentati. Una ricerca europea sulle popolazioni animali ha confermato che molte specie traggono maggiore beneficio dal modello di concentrazione produttiva, ma i risultati migliorano quando le zone protette si affiancano ad alcune aree agricole a bassa intensità.
Clima, dimensioni aziendali e mobilità degli organismi modificano sensibilmente i risultati. Insetti impollinatori e predatori naturali possono adattarsi bene a mosaici territoriali misti, mentre anfibi, rettili o mammiferi che nidificano in cavità hanno bisogno di habitat protetti e ben collegati per sopravvivere.
Mercati e suoli determinano i risultati
Le dinamiche economiche e le scelte politiche influenzano pesantemente gli esiti. Un confronto tra diversi paesi ha dimostrato che incrementare la produttività non libera automaticamente terreni per la natura, soprattutto quando sussidi o richieste di mercato incoraggiano l’espansione delle coltivazioni.
Il degrado del suolo resta un fattore sottovalutato. Un’analisi mondiale ha rivelato come erosione, compattamento e impoverimento riducano la produttività nel tempo, aumentando la tentazione di convertire nuove aree all’agricoltura.
Rhys Green dell’Università di Cambridge aveva già avvertito nel 2005: aumentare le rese per ettaro potrebbe diminuire la superficie necessaria, ma la crescita della domanda alimentare e gli effetti di rimbalzo economico rischiano di annullare questi vantaggi. Anche i teorici del “land sparing” mettevano in guardia contro semplificazioni eccessive.
Diversificare conviene a tutti
Prati fioriti, bordure naturali e rotazioni colturali articolate non solo arricchiscono la biodiversità, ma stabilizzano i servizi naturali nelle aziende agricole. Una vasta meta-analisi ha documentato come un’agricoltura diversificata sostenga impollinazione, controllo biologico dei parassiti, ciclo dei nutrienti, fertilità del suolo e gestione idrica, mantenendo inalterata la produzione complessiva.
Le zone completamente protette rimangono comunque indispensabili. Alcune specie non sopravvivono nemmeno nei sistemi agricoli più sostenibili, rendendo necessarie aree riservate esclusivamente alla natura.
Anche la connettività territoriale ha il suo peso. Corridoi ecologici e piccole zone naturali sparse nel paesaggio riducono l’isolamento delle riserve, mentre habitat aziendali favoriscono il movimento di insetti utili e altri organismi benefici.
Perfino le scelte alimentari locali possono alleviare le pressioni. Ridurre gli sprechi e indirizzare più raccolti direttamente al consumo umano, anziché agli allevamenti, diminuisce la superficie agricola necessaria, rendendo più facile preservare territori selvaggi.
Soluzioni su misura per ogni territorio
È tempo di abbandonare la ricerca di ricette universali. La domanda giusta non è quale modello vinca sempre, ma quale mix di aree protette e pratiche agricole integrate funzioni meglio in ogni specifico contesto, considerando le specie locali, i tipi di suolo, il clima e le dinamiche economiche.
Bisogna guardare oltre la resa per ettaro, includendo profittabilità, stabilità temporale e servizi ecosistemici che mantengono le aziende produttive nel lungo periodo.
Se si sceglie di intensificare la produzione, occorre garantire che i terreni risparmiati siano realmente protetti, ripristinati e collegati tra loro. Diversamente, il risparmio territoriale resta solo sulla carta.
Servono più ricerche, specialmente dove i dati scarseggiano: microrganismi del suolo, funghi e comunità sotterranee, tutti elementi vitali per la fertilità e la resilienza degli agroecosistemi.
Da un modello teorico che ha aperto il dibattito, oggi occorre passare a decisioni basate su evidenze locali, obiettivi chiari e politiche che trasformino i principi in risultati tangibili.
Fonte:
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