Nel cuore del cratere Jezero su Marte il rover Perseverance ha scoperto qualcosa di sorprendente. Minuscoli noduli scuri rimangono annidati in rocce sedimentarie antichissime. Accompagnano questi noduli segnali chimici e organici che accendono nuove speranze nella ricerca di vita passata su Marte. Le tracce di vita nel fango marziano potrebbero essere state lasciate da microbi antichissimi.
Le formazioni hanno la grandezza di semi di papavero e contengono minerali ricchi di ferro, fosforo e zolfo. Il contesto geologico suggerisce che ti noduli si siano formati in un ambiente freddo, umido e potenzialmente abitabile miliardi di anni fa.
Ora gli scienziati si pongono una domanda cruciale. Queste strutture sono il risultato di reazioni chimiche casuali senza vita. Oppure rappresentano la testimonianza di antichi metabolismi microbici che una volta prosperavano su Marte.
Indice
Tracce di vita nel fango marziano in un minuto
Il rover Perseverance ha scoperto nel cratere Jezero, su Marte, noduli microscopici di fosfato ferroso (probabile vivianite) e solfuro (probabile greigite) all’interno di mudstone antichi. Questi minerali sono strettamente associati a materia organica e si trovano in zone con ferro ridotto, indicando reazioni redox post-deposizionali.
Il contesto geologico — ambiente lacustre freddo e poco ossidante è compatibile con l’abitabilità. Sebbene processi chimici abiotici siano possibili, la formazione di greigite a basse temperature è estremamente lenta, rendendo plausibile un’origine microbiologica, come sulla Terra. Il campione “Sapphire Canyon” sarà riportato sulla Terra per analisi definitive.
Come l’acqua ha creato il paesaggio marziano
La valle della Neretva si trova sul bordo occidentale del cratere Jezero su Marte. Miliardi di anni fa questo era un canale fluviale dove scorreva acqua liquida. Perseverance ha esaminato la formazione Bright Angel composta da mudstone che sono rocce a grana molto finissima e da conglomerati depositati dalle correnti d’acqua antica. Le analisi spettrali del rover hanno rivelato una composizione ricca di silice e alluminosilicati.
Contiene tracce di solfati di calcio e una debole idratazione nel suolo. Queste caratteristiche testimoniano un ambiente lacustre con acqua poco salina e temperature molto basse. A differenza di altre zone del cratere Jezero qui il ferro rimane in parte in forma ridotta non ossidata.

La materia organica è stata rilevata in modo ripetuto dagli strumenti di Perseverance come SHERLOC. Questa combinazione di elementi come acqua, minerali reattivi e carbonio organico disegna uno scenario ideale. Potrebbe indicare processi chimici e forse biologici che avvenivano nel passato marziano antico.
I noduli e le macchie che raccontano una storia
Due caratteristiche particolari spiccano nelle rocce esaminate da Perseverance. I primi elementi sono piccoli noduli scuri di grandezza tra 100 e 200 micron. I noduli rimangono arricchiti in ferro, fosforo e zinco rispetto al resto della roccia. La composizione chimica e il loro colore suggeriscono la presenza di vivianite che è un minerale di fosfato ferroso.
Sulla Terra questo minerale si forma spesso in ambienti con attività microbica attiva. I secondi elementi sono strutture circolari chiamate macchie di leopardo. Hanno un bordo scuro e un nucleo più chiaro nel centro. Il bordo contiene lo stesso fosfato di ferro dei noduli mentre il centro rivela minerali solforati come la greigite. La greigite è un solfuro di ferro associato sulla Terra alla riduzione microbica del solfato.
Queste formazioni non rimangono distribuite a caso in tutta la roccia. Sono concentrate esattamente dove la materia organica rimane più abbondante e il fango meno ossidato. Sembra che in quei punti specifici qualcosa abbia consumato l’ossigeno e liberato energia trasformando i minerali circostanti.
Chimica inerte oppure biologia vivente
Le analisi potrebbero spiegare tutto con reazioni chimiche abiotiche senza vita. La materia organica anche se non biologica può ridurre il ferro e il solfato a temperature moderate nel terreno. Esiste però un grande problema con questa spiegazione. La riduzione abiotica del solfato avviene estremamente lentamente a basse temperature. La velocità è troppo lenta per spiegare la quantità totale di greigite osservata dagli strumenti di Perseverance.

Sulla Terra strutture molto simili rimangono spesso legate a microbi antichi. I noduli di vivianite e gli aloni di riduzione nei sedimenti marini terrestri sono spesso associati a microbi. Questi microbi usano il ferro o lo zolfo come alleati per respirare in assenza di ossigeno.
Il fatto che questi minerali marziani rimangano così strettamente associati a materia organica in un ambiente che una volta era abitabile rende plausibile anche se non definitivamente dimostrata un’origine biologica. Molti scienziati concordano che le tracce di vita nel fango marziano potrebbero davvero essere di origine biologica.
L’analisi finale avverrà sulla Terra
Il rover Perseverance aveva già catturato delle scintille marziane, ora ha prelevato un campione di roccia da questa formazione. Il campione sarà uno dei primi a essere portato sulla Terra grazie alla futura missione internazionale di ritorno dei campioni da Marte. Solo in laboratori sulla Terra con strumenti molto più potenti e sensibili di quelli a bordo del rover si potrà analizzare veramente la struttura atomica di questi minerali.
I laboratori terrestri potranno determinare se la materia organica ha davvero un’origine biologica. Potranno ricostruire con precisione le condizioni esatte in cui questi noduli si sono formati milioni di anni fa. Fino a quel momento questi piccoli noduli resteranno un enigma affascinante da risolvere.
Rimangono una traccia ambigua che invita gli scienziati a guardare a Marte non come un semplice pianeta morto e inerte. Lo invita a considerare Marte come un mondo che forse un tempo era pieno di vita microbica vivente come accadde sulla Terra primordiale.
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