SEGUI QUANDO SI PIANTA SU
Le nostre cucine sono spesso considerate luoghi sicuri e controllati, ma recenti indagini scientifiche le hanno identificate come punti caldi per il rilascio di microplastiche (MP). Tra gli oggetti più comuni, le spugne da cucina giocano un ruolo primario: progettate per abrasione, rilasciano inevitabilmente particelle di plastica nelle acque reflue ogni volta che vengono utilizzate. Uno studio recente ha combinato esperimenti di citizen science e analisi di laboratorio per quantificare questo fenomeno e valutarne le conseguenze reali.
Indice
Uno studio combinando citizen science e test di laboratorio ha quantificato il rilascio di microplastiche da tre tipi di spugne da cucina. I risultati indicano che le spugne convenzionali rilasciano fino a 4,2 grammi di microplastiche per persona all'anno, contro soli 0,7 grammi delle versioni "organiche" a bassa contenuto plastico.
Tuttavia, la valutazione del ciclo di vita (LCA) rivela che il danno principale all'ecosistema non deriva dall'abrasione della plastica, ma dall'uso dell'acqua durante il lavaggio manuale, responsabile di oltre l'85% dell'impatto totale. La ricerca conclude che, sebbene ridurre la plastica nelle spugne limiti l'inquinamento da microplastiche, la misura ecologica più efficace rimane la riduzione dei consumi idrici e l'aumento della durata del prodotto.
La struttura conta: analisi dei materiali
Dopo aver già parlato delle micropastiche che vengono rilasciate all’interno della casa attraverso gli imballaggi alimentari, oggi posniamo lo sguardo sulle spugne da cucina. Uno studio ha confrontato tre tipologie distintamente diverse per composizione e provenienza:
- Spugna Europea Convenzionale (EU-con): Un modello a tre strati (panno, schiuma, parte abrasiva) con un contenuto di plastica elevato (59,3%).
- Spugna Nordamericana (AM-con): Modello a due strati con una percentuale di plastica intermedia (41,9%).
- Spugna “Organica” (EU-org): Un’alternativa a base di cellulosa e sisal, con solo il 15,9% di plastica.
Struttura delle spugne analizzate: EU-con a tre strati, AM-con e EU-org a due strati con diversa composizione materiale.

Quanto inquiniamo lavando i piatti?
I risultati degli esperimenti, condotti coinvolgendo cittadini in Germania e Nord America, sono significativi. Durante l’uso quotidiano, l’abrasione naturale stacca frammenti di materiale che finiscono nello scarico. È emerso che la maggior parte della perdita di materiale avviene nelle prime fasi di vita della spugna, entro i primi cento cicli di lavaggio.
La spugna convenzionale europea (EU-con) si è rivelata la maggiore emettitrice, rilasciando in media 4.212 grammi di microplastiche per persona all’anno. Al contrario, la spugna etichettata come organica (EU-org) ne ha rilasciati solo 0.682 grammi, grazie alla sua minore componente sintetica.
Se estrapoliamo questi dati a livello nazionale, ipotizzando che tutta la popolazione tedesca utilizzasse esclusivamente spugne convenzionali, il rilascio totale annuo raggiungerebbe le 355 tonnellate di microplastiche. Anche se i depuratori trattengono circa il 90% di queste particelle, una frazione significativa finisce comunque nelle acque dolci o nei fanghi utilizzati in agricoltura.
E’ importante contestualizzare: sebbene le spugne siano una fonte costante, altri oggetti da cucina come i taglieri in plastica possono rilasciare quantità molto superiori (fino a 50 grammi per persona all’anno). Le spugne sono quindi una fonte da piccola a media, ma onnipresente.
Il vero peso ambientale: non è (solo) la plastica
Un aspetto sorprendente emerge dall’analisi del ciclo di vita (LCA). Sebbene il rilascio di microplastiche sia un problema concreto, il danno maggiore alla qualità dell’ecosistema non deriva dalla spugna in sé, né dalla plastica che rilascia.
Il fattore dominante è l’acqua. Il consumo idrico durante il lavaggio manuale dei piatti e il trattamento delle acque reflue contribuiscono per oltre l’85% al danno totale sull’ecosistema. Questo include le emissioni legate al pompaggio, al riscaldamento e alla depurazione dell’acqua, che causano ecotossicità e cambiamenti climatici.
La produzione della spugna e il suo smaltimento hanno un impatto minore. Inoltre, lo studio avverte che l’etichetta “organico” non è una soluzione perfetta: sebbene la spugna EU-org rilasci meno plastica in massa, i polimeri residui (come il PET riciclato nello strato abrasivo) possono degradarsi più lentamente nell’ambiente acquatico rispetto alle plastiche delle spugne convenzionali.
Verso una pulizia più consapevole
Lo studio offre indicazioni preziose per consumatori e produttori. Da un lato, ridurre la percentuale di plastica nelle spugne diminuisce drasticamente il rilascio di microplastiche nelle acque. Dall’altro, la scelta più ecologica in assoluto non riguarda tanto il materiale della spugna, quanto il modo in cui la usiamo.
Utilizzare spugne durevoli che richiedono meno acqua per risciacquare i piatti, o adottare abitudini di lavaggio che riducano i consumi idrici, ha un effetto benefico sull’ambiente superiore alla semplice scelta del materiale sintetico o naturale. La combinazione di citizen science e dati di laboratorio conferma che per proteggere i nostri ecosistemi serve un approccio olistico: meno plastica nei prodotti, sì, ma soprattutto meno spreco di acqua nelle nostre case.
Fonte: