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Nelle città più povere del mondo, la plastica è usata come combustibile nei quartieri poveri ed è una realtà quotidiana per milioni di persone che non dispongono di alternative accessibili.
In molte aree urbane a basso reddito, dove il carburante per cucinare costa troppo e i servizi di raccolta rifiuti praticamente non esistono, le famiglie bruciano involucri, sacchetti e imballaggi di plastica per preparare i pasti, riscaldare le abitazioni o tenere lontani gli insetti. Una pratica diffusa che rimane spesso invisibile agli occhi delle autorità, eppure espone milioni di persone a fumi tossici con conseguenze gravi per la salute umana e per l’ambiente.
Indice
I rifiuti di plastica diventano combustibile in un minuto
Uno studio internazionale rivela che nei quartieri poveri di oltre 25 paesi, la plastica viene bruciata come combustibile domestico per cucinare, riscaldare e tenere lontani gli insetti. Questa pratica, diffusa ma invisibile, espone milioni di persone soprattutto donne, bambini e anziani, a fumi tossici contenenti diossine e furani, sostanze cancerogene che si accumulano nel cibo, nell’acqua e nella catena alimentare.
Il PVC, terza plastica più bruciata, è particolarmente pericoloso. Non si tratta di ignoranza, ma di assenza di alternative: mancano energia pulita, stufe sicure e servizi di raccolta rifiuti.
Con il consumo globale di plastica destinato a triplicare entro il 2060, la crisi sanitaria si aggraverà. Le soluzioni efficaci richiedono investimenti in infrastrutture energetiche, gestione dei rifiuti e coinvolgimento delle comunità, non solo divieti.
Bruciare plastica per sopravvivere
Un’indagine internazionale ha intervistato oltre mille operatori che lavorano direttamente con comunità urbane vulnerabili in 26 paesi. I dati raccolti mostrano che un terzo degli intervistati ha confermato di conoscere famiglie che bruciano plastica, mentre molti ne hanno osservato l’uso diretto in prima persona.
Una parte significativa degli operatori ha ammesso di averlo praticato personalmente. La plastica non viene utilizzata soltanto per smaltire i rifiuti, ma diventa una fonte di energia quotidiana e trasforma ciò che dovrebbe rimanere un problema di gestione dei rifiuti in una questione di sopravvivenza energetica vera e propria.
Una pratica fuori dalla vista ma non dai rischi
L’abitudine di bruciare plastica avviene all’interno di case, cortili e vicoli affollati, lontano dagli occhi delle autorità e dai radar delle politiche ambientali. Il dottor Bishal Bharadwaj del Curtin Institute for Energy Transition sottolinea come la plastica diventi contemporaneamente un rifiuto da eliminare e un combustibile di ultima istanza quando mancano sistemi di raccolta e fonti energetiche accessibili.
Le persone bruciano qualsiasi tipo di imballaggio, dalle bottiglie alle pellicole fino ai contenitori, pur di soddisfare bisogni primari. Nonostante la diffusione di questa pratica, essa è rimasta invisibile poiché si concentra in contesti emarginati, dove la povertà energetica e la fragilità sociale si sovrappongono creando un circolo vizioso di vulnerabilità.
Fumo tossico negli spazi domestici
Le stufe utilizzate per bruciare plastica rimangono rudimentali e generalmente costruite con fuochi a tre pietre, fornelli improvvisati e bracieri aperti. In questi sistemi di combustione, la plastica brucia in modo incompleto e genera fumi densi che si accumulano negli ambienti chiusi senza disperdersi all’esterno.
Il fumo rimane dove le persone dormono, mangiano e vivono, creando un’esposizione costante. Donne, bambini, anziani e persone con disabilità, che trascorrono più tempo in casa, subiscono un’esposizione molto più prolungata a questi fumi. L’inalazione continua di questi fumi supera di gran lunga i rischi già noti legati alla combustione di legna o carbone negli ambienti domestici.
Sostanze chimiche pericolose liberate dalla combustione della plastica
Non tutti i tipi di plastica producono lo stesso livello di tossicità quando vengono bruciati, ma molti rilasciano composti estremamente nocivi per la salute umana. Il cloruro di polivinile, conosciuto come PVC e terza plastica più comunemente bruciata, emette diossine e furani quando viene incenerita.
Le sostanze chimiche emesse sono tra gli inquinanti più pericolosi mai conosciuti: persistono nell’ambiente per decenni, si accumulano nella catena alimentare attraverso un processo di bioaccumulo e possono provocare cancro, danni al sistema immunitario e problemi riproduttivi gravi.
Il professor Hari Vuthaluru, coautore dello studio, ricorda come queste molecole non si degradano facilmente nel tempo e rappresentano una minaccia a lungo termine per intere comunità, con effetti che si manifestano anche dopo anni dall’esposizione iniziale.
Contaminazione di cibo e acqua
Il pericolo della combustione della plastica non si limita solo all’aria respirata negli ambienti domestici. Il sessanta percento degli intervistati ritiene molto probabile che le sostanze tossiche provenienti dalla combustione della plastica contaminino il cibo e l’acqua delle comunità circostanti.
Analisi condotte in prossimità di siti di incenerimento informale hanno già rilevato composti tossici nel suolo e nelle uova di animali allevati nella zona.
Quando la plastica brucia vicino agli orti o alle aree di preparazione dei pasti, le particelle tossiche si depositano sulle colture, penetrano nelle falde acquifere e si accumulano negli alimenti, innescando una crisi sanitaria silenziosa in contesti già fragili economicamente e socialmente.
Divieti senza alternative non fermeranno la pratica
Proibire la combustione della plastica senza offrire soluzioni pratiche e accessibili non arresta questa pratica diffusa nelle comunità vulnerabili. Le famiglie non bruciano plastica per ignoranza o mancanza di informazione, ma perché non hanno accesso a combustibili puliti, stufe efficienti o sistemi di smaltimento dei rifiuti funzionanti.
La professoressa Peta Ashworth, coautrice della ricerca, sottolinea come l’estrema povertà energetica, l’inaccessibilità dei combustibili moderni e la carenza di servizi igienico sanitari rappresentino le vere cause di fondo di questo fenomeno. Con il consumo globale di plastica destinato a triplicare entro il 2060, il rischio che sempre più persone ricorrano a questa pratica aumenterà ulteriormente negli anni a venire.
Le soluzioni efficaci devono includere l’accesso concreto a energie pulite per cucinare, il potenziamento della raccolta differenziata nelle aree urbane povere e il coinvolgimento diretto delle comunità nella progettazione di alternative culturalmente appropriate e tecnicamente sostenibili. Solo attraverso un approccio multifaceted che affronti le cause profonde della povertà energetica sarà possibile proteggere chi oggi brucia plastica non per scelta consapevole, ma per necessità di sopravvivenza immediata.
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