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Le piante non autoctone perdono l’invisibilità dai nemici dopo decenni in Europa

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In breve: Le piante non native non sfuggono per sempre ai nemici: col tempo, insetti e funghi locali imparano a nutrirsi di loro. Dopo decenni di permanenza, molte specie invasive entrano nelle reti alimentari, perdendo il vantaggio iniziale. Per saperne di più continua la lettura.

Per decenni la comunità scientifica ha creduto che le piante non autoctone potessero prosperare perché gli insetti e i funghi locali non le riconoscevano come fonte di cibo. Questo vantaggio biologico, noto come “rilascio dal nemico“, permetterebbe alle specie invasive di crescere senza subire attacchi significativi, diffondendosi rapidamente negli ecosistemi europei.

Una ricerca mette in discussione questa visione consolidata della biologia invasiva. Un team guidato da Ingmar Staude dell’Università di Lipsia ha analizzato oltre 127.000 registri di interazioni tra piante ed erbivori presenti in Europa, dimostrando che le piante non autoctone non rimangono invisibili ai nemici per sempre.

Col passare del tempo, le specie invasive vengono progressivamente integrate nelle reti trofiche locali attraverso processi ecologici naturali. Dopo secoli di permanenza e ampia diffusione geografica, molte specie non autoctone ospitano comunità di microerbivori sorprendentemente simili a quelle che colonizzano le piante autoctone native.

Le piante non autoctone perdono l’invisibilità in un minuto

Le piante non autoctone non rimangono più invisibili ai nemici perché col tempo vengono integrate nelle reti trofiche locali. Ricerca dell’Università di Lipsia mostra che, dopo secoli di permanenza in Europa, molte specie non native ospitano un numero di microerbivori simile alle piante autoctone. 

L’analisi di oltre 127.000 interazioni rivela che tempo di permanenza ed estensione geografica sono i fattori chiave: più una pianta è diffusa e antica nel territorio, più viene attaccata da insetti e funghi locali. Tuttavia, i suoi nemici sono soprattutto specie generaliste, mentre quelli delle piante autoctone restano altamente specializzati.

Il vantaggio iniziale del “rilascio dal nemico” svanisce col tempo. Questo cambiamento implica che alcune piante non autoctone, pur invasive, hanno acquisito un ruolo ecologico stabile. Non sono più estranee: sono parte del sistema. Per la conservazione, ciò significa che ogni caso va valutato singolarmente. Non tutte le specie non native sono uguali: alcune vanno contrastate, altre integrate.

Il mito della pianta invincibile priva di nemici

Le specie non autoctone, introdotte dall’uomo fuori dal loro areale geografico originario, spesso prosperano grazie all’assenza di predatori e erbivori specializzati specifici. L’ipotesi del rilascio dal nemico sostiene che questa libertà dalle pressioni biologiche locali favorisca una crescita rapida e una dominanza ecologica delle specie invasive.

Molti testi di ecologia classica affermano che gli erbivori locali europei non si nutrono di queste piante non autoctone perché non hanno evoluto gli adattamenti biologici necessari per digerire i tessuti vegetali o riconoscerle come fonte di nutrimento. Il quadro ecologico risulta incompleto e parziale: non tiene conto del fattore tempo e della capacità di adattamento evolutivo dei nemici naturali.

Microerbivori e tracce nei database continentali

Lo studio condotto dai ricercatori dell’Università di Lipsia si è concentrato specificamente sui microerbivori: insetti minatori di foglie, insetti galligeni, acari fitofagi e funghi patogeni come l’oidio, che vivono all’interno dei tessuti vegetali delle piante non autoctone.

Utilizzando un dataset continentale completo, i ricercatori hanno confrontato il numero di specie di microerbivori che si nutrono di piante autoctone rispetto a quelle non autoctone presenti in Europa.

I dati raccolti includono informazioni dettagliate sulla data di primo arrivo della specie invasiva in Europa, l’estensione geografica attuale della sua distribuzione e il tipo biologico di pianta considerata, sia essa legnosa oppure erbacea. I risultati ottenuti dimostrano che le piante straniere ospitano meno nemici naturali in generale, ma solamente quando risultano presenti da poco tempo nel continente europeo.

Tempo e diffusione geografica fanno la differenza ecologica

L’analisi statistica dei dati rivela che due fattori ecologici superano tutti gli altri nel determinare il numero di nemici naturali: quanto a lungo una pianta non autoctone rimane presente in Europa e quanto ampio risulta il suo areale di distribuzione geografica attuale.

Le piante giunte in Europa circa 200 anni fa e ormai diffuse su centinaia di migliaia di chilometri quadrati ospitano un numero di microerbivori paragonabile a quello delle specie autoctone native. Il vantaggio iniziale del rilascio dal nemico svanisce progressivamente col passare del tempo.

Una differenza significativa tra le due categorie: i nemici delle piante non autoctone tendono a risultare specie generaliste, organismi capaci di alimentarsi su molte piante diverse, mentre gli erbivori delle specie autoctone continuano a sostenere comunità di nemici altamente specializzati, organismi unici nel loro ruolo ecologico e nella loro funzione all’interno della rete trofica.

Reti ecologiche flessibili e adattabili alle nuove specie

I risultati della ricerca mostrano che le reti trofiche negli ecosistemi europei non risultano rigide e immutabili: si adattano progressivamente all’ingresso di nuove specie non autoctone. Sebbene alcune piante non autoctone diventino bersaglio di molti erbivori e microerbivori locali nel corso dei decenni, non sostituiscono mai completamente i ruoli ecologici unici delle specie native all’interno degli ecosistemi.

Questo schema di integrazione ricorda quanto accade con gli impollinatori negli ecosistemi europei: le piante non autoctone ricevono visite dagli insetti impollinatori locali, tuttavia non eliminano necessariamente quelle ricevute dalle specie autoctone. Gli ecosistemi mostrano una certa resilienza biologica, capaci di integrare nuovi attori ecologici senza cancellare gli equilibri precedenti tra le specie native.

Implicazioni per la gestione e conservazione della biodiversità

I dati raccolti da questa ricerca cambiano il modo in cui la comunità scientifica affronta la gestione delle specie non autoctone negli ecosistemi europei. Non tutte le specie non autoctone vanno trattate secondo lo stesso protocollo di gestione.

Le specie giunte recentemente in Europa potrebbero rappresentare una minaccia attiva per la biodiversità locale e potrebbero richiedere interventi rapidi di controllo e contenimento. Al contrario, le specie non autoctone presenti da secoli e ormai diffuse ampiamente negli ecosistemi europei possono aver sviluppato ruoli ecologici significativi, sostenendo comunità di biodiversità locale adattate nel tempo.

Ingmar Staude, coordinatore della ricerca presso l’Università di Lipsia, sottolinea che dobbiamo valutare il rischio ecologico in modo più dettagliato e contestualizzato. La semplice etichetta “invasiva” applicata a tutte le specie non autoctone non basta per prendere decisioni di conservazione: serve considerare la storia di permanenza della specie, la sua diffusione geografica attuale e il grado di integrazione ecologica raggiunto negli ecosistemi europei.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Ecology Letters ed è frutto della collaborazione tra ricercatori dell’Università di Lipsia e del Centro tedesco per la ricerca sulla biodiversità denominato iDiv.

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