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Microplastiche nei fertilizzanti agricoli: il viaggio invisibile dai campi alle onde

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Scienziati giapponesi hanno seguito il loro viaggio dai campi alle spiagge, scoprendo rotte inaspettate. Ora sappiamo che anche l’agricoltura contribuisce alla plastica negli oceani e possiamo agire.

Un campo di riso verde e ordinato, curato con attenzione per garantire un raccolto abbondante, potrebbe nascondere un segreto inquinante ancora poco noto al grande pubblico. Nel terreno coltivato giacciono minuscole particelle di plastica, rilasciate dai fertilizzanti rivestiti di polimeri, che viaggiano silenziosamente verso fiumi, spiagge e oceani.

Un team di scienziati giapponesi ha seguito questa traccia invisibile, rivelando come le microplastiche nei fertilizzanti agricoli alimentino uno dei problemi ambientali più urgenti del nostro tempo e come questo trasporto avvenga attraverso percorsi naturali ancora poco compresi.

Microplastiche nei fertilizzanti agricoli in un minuto

Uno studio della Tokyo Metropolitan University ha tracciato il percorso delle microplastiche contenute nei fertilizzanti rivestiti di polimeri, usati in agricoltura. I ricercatori hanno scoperto che solo lo 0,2% di queste particelle raggiunge le spiagge attraverso i fiumi, ma la percentuale sale al 28% dove esistono canali di drenaggio diretto. 

Le microplastiche, appesantite da minerali come ferro e alluminio, tendono ad affondare, contribuendo alla “plastica mancante” negli oceani. Lo studio chiarisce come l’uso agricolo di questi fertilizzanti influisca sull’inquinamento marino e offre indicazioni per mitigarne l’impatto.

Un filo di plastica tra agricoltura e mare

I fertilizzanti rivestiti di polimeri, noti con l’acronimo PCF, sono progettati per rilasciare nutrienti in modo graduale nel suolo durante l’intera stagione colturale. Un sottile strato di plastica avvolge ogni granulo di fertilizzante, prolungandone l’efficacia nel tempo e permettendo un assorbimento più uniforme da parte delle piante.

Questa tecnologia è stata ampiamente adottata in Giappone e Cina per la coltivazione del riso, ma anche in Europa e negli Stati Uniti per cereali come grano e mais. Tuttavia, il rivestimento non scompare nel terreno dopo il suo ciclo di utilità. Si frammenta progressivamente in microplastiche che, con la pioggia o l’irrigazione, possono lasciare i campi e raggiungere corsi d’acqua vicini e sistemi idrici più ampi.

In Giappone, studi precedenti avevano già dimostrato che tra il 50 e il 90 percento dei detriti plastici trovati sulle spiagge proviene proprio da questi fertilizzanti agricoli. Nessuno sapeva esattamente come avvenisse questo trasferimento dalle zone rurali alla costa, né quanto fosse significativo il contributo dei PCF alla cosiddetta “plastica mancante”, quella parte di rifiuti che scompare dalla superficie marina e si accumula sui fondali oceanici o in altri serbatoi ambientali difficili da monitorare.

Il tracciamento lungo i percorsi naturali

Per fare chiarezza su questo meccanismo di trasporto, i ricercatori della Tokyo Metropolitan University, guidati dal professor Masayuki Kawahigashi e dalla dottoressa Dolgormaa Munkhbat, hanno analizzato 147 appezzamenti agricoli distribuiti su 17 spiagge giapponesi diverse. I ricercatori hanno confrontato due scenari geografici distinti: zone dove i campi sfociano in fiumi che poi raggiungono il mare dopo un percorso terrestre, e aree collegate direttamente alla costa tramite canali di drenaggio artificiali e naturali.

I risultati emersi dalle analisi sono sorprendenti e sfidano le ipotesi iniziali. Nei pressi delle foci fluviali, meno dello 0,2 percento dei PCF utilizzati nei campi circostanti finisce sulle spiagge dopo il viaggio fluviale. La maggior parte dei fertilizzanti, il 77 percento, rimane depositata nel terreno o viene assorbita dai suoli adiacenti, mentre il restante 22,8 percento viene trasportato in mare attraverso i corsi d’acqua.

In presenza di canali di drenaggio diretto verso la costa, invece, ben il 28 percento dei PCF ritorna sulle spiagge attraverso il ciclo delle onde e delle maree. Le onde e le maree, infatti, spingono indietro queste particelle verso riva, trasformando i litorali in depositi temporanei di microplastiche che si accumulano e si depositano nella sabbia.

Tracce di ferro e alluminio sulle capsule di plastica

Durante l’analisi delle microplastiche recuperate, i ricercatori hanno notato un cambiamento visivo evidente nelle particelle: molte presentavano un colore rosso bruno, segno di alterazione e ossidazione durante il percorso ambientale.

L’esame condotto con spettroscopia a dispersione di energia ai raggi X ha rivelato la presenza di ferro e ossido di alluminio aderenti alle superfici delle particelle di plastica. I minerali, probabilmente provenienti dal suolo agricolo attraversato dalle microplastiche, aumentano il peso specifico delle particelle, rendendole meno mobili e più propense a depositarsi sul fondo marino piuttosto che galleggiare verso riva.

Questo dettaglio osservato potrebbe spiegare perché una quantità così significativa di plastica scompare dagli oceani superficiali e non viene facilmente recuperata nelle indagini convenzionali. Se le microplastiche diventano progressivamente più pesanti a causa dell’adesione di sedimenti minerali, affondano verso i sedimenti marini e si nascondono nei fondali oceanici, lontano dalla vista ma non dall’impatto ecologico negativo sugli ecosistemi acquatici.

Una mappa per orientare il futuro

La ricerca condotta dalla Tokyo Metropolitan University non fornisce soltanto numeri e percentuali, ma sviluppa una mappa concettuale del viaggio delle microplastiche dai campi agricoli al mare e ai sedimenti oceanici. Comprendere i percorsi precisi delle microplastiche nei fertilizzanti agricoli e le condizioni che ne accelerano o rallentano il trasporto è essenziale per ridurre l’inquinamento alla fonte.

Se i canali di drenaggio diretto aumentano drasticamente il ritorno di plastica sulle spiagge fino al 28 percento, allora modificare la gestione idrica nei territori agricoli potrebbe fare una differenza significativa nella riduzione dell’inquinamento da microplastiche.

La ricerca apre la strada a nuove politiche ambientali e a scelte più consapevoli da parte degli agricoltori e degli enti regolatori. Non si tratta di demonizzare una tecnologia agricola utile come i fertilizzanti rivestiti di polimeri, ma di utilizzarla con maggiore attenzione e consapevolezza, sapendo che ogni granulo di fertilizzante può lasciare un’impronta ecologica ben oltre il confine del campo coltivato e contribuire all’accumulo di microplastiche negli ambienti marini.

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