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Marte ha ospitato la vita più a lungo di quanto credevamo: i segreti dell’acqua sotterranea

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In breve: Marte non si è seccato di colpo: ha mantenuto oasi sotterranee a lungo. Le dune trasformate in roccia sono archivi geologici di un’acqua nascosta. E in quella roccia potrebbero esserci tracce di vita antica. Per saperne di più continua la lettura.

Riuscite a pensare a un deserto rosso percorso dal vento, freddo e sterile?. Questa è l’immagine che oggi abbiamo di Marte. Sotto quella superficie inospitale, il pianeta Marte conserva tracce di un passato sorprendentemente accogliente. Per decenni, gli scienziati hanno ipotizzato che Marte fosse stato abitabile soltanto nei primi miliardi di anni della sua storia, prima che il vento solare ne strappasse l’atmosfera e le sue acque evaporassero.

Ora un nuovo studio rivela che la finestra di abitabilità di Marte ha ospitato la vita potrebbe essersi mantenuta aperta molto più a lungo grazie a un’invisibile rete di acqua sotterranea. Questa rete ha trasformato dune di sabbia in roccia all’interno del cratere Gale.

Marte ha ospitato la vita più a lungo di quanto credevamo in un minuto

Uno studio della NYU Abu Dhabi rivela che Marte è stato abitabile molto più a lungo di quanto si pensasse. Analizzando dune litificate nel cratere Gale—trasformate in roccia dall’interazione con acqua sotterranea—i ricercatori hanno trovato minerali come il gesso, prova di un sistema idrologico persistente anche dopo la scomparsa di laghi e fiumi in superficie. 

Queste formazioni, simili ad arenarie terrestri che conservano tracce di microrganismi antichi, potrebbero custodire resti di vita microbica marziana. Il confronto con analoghi nel deserto degli Emirati Arabi rafforza l’ipotesi che l’acqua abbia circolato sottoterra per centinaia di milioni di anni. Questi siti diventano così obiettivi prioritari per future missioni alla ricerca di vita passata.

La trasformazione delle dune in pietra nel cratere Gale

Il cratere Gale, una vasta depressione di 150 chilometri di diametro, è stato a lungo un laboratorio naturale per la NASA. Il rover Curiosity ha passato anni in questo sito a studiare strati geologici che raccontano la storia del clima marziano. Tra questi strati spicca la Formazione Stimson, un insieme di rocce sedimentarie che un tempo erano dune mobili modellate dal vento. Oggi le dune sono pietra, un processo chiamato litificazione che richiede la presenza di acqua per trasformare i sedimenti granulari in roccia compatta.

Un team guidato da Dimitra Atri del Center for Astrophysics and Space Science della New York University Abu Dhabi ha analizzato e studiato i dati raccolti da Curiosity e ha confrontato le strutture marziane con formazioni simili nel deserto degli Emirati Arabi, dove l’acqua sotterranea ha cementato la sabbia in arenaria. Le somiglianze tra i due siti sono sorprendenti: entrambi i contesti mostrano minerali come il gesso, un solfato di calcio che si forma in presenza di acqua, e segni di interazione prolungata con falde acquifere sotterranee.

Questa scoperta suggerisce che anche dopo la scomparsa di laghi e fiumi in superficie, Marte ospitava ancora acqua sotterranea attiva, capace di circolare nelle profondità del suolo e trasformare sedimenti in roccia solida. L’acqua è un veicolo di trasporto per sali minerali e una fonte di umidità costante. Dove esiste acqua, esiste il potenziale per la vita a svilupparsi e sopravvivere.

Un’oasi nascosta nel periodo Noachiano di Marte

Il periodo Noachiano, compreso tra 4,1 e 3,7 miliardi di anni fa, è considerato l’epoca d’oro di Marte quando fiumi scorrevano, laghi riempivano i crateri e forse un oceano occupava l’emisfero settentrionale del pianeta. La comunità scientifica pensava che con la fine di quell’era, Marte diventasse rapidamente sterile e completamente disabitabile.

Ma le dune litificate del cratere Gale e quelle simili dei Greenheugh Pediments, studiate nello stesso progetto, indicano che l’acqua ha continuato a scorrere sottoterra ben oltre quel limite cronologico.

L’interazione tra sabbia e acqua ha lasciato minerali specifici, come il gesso, e ha creato ambienti stabili protetti dalle radiazioni cosmiche e dall’atmosfera sottile del pianeta. Proprio il tipo di nicchia ecologica in cui la vita microbica avrebbe potuto prosperare e sopravvivere per centinaia di milioni di anni, al riparo dai pericoli della superficie marziana esposta.

Tracce di vita fossile nel cuore della roccia marziana

Sulla Terra, le arenarie più antiche custodiscono le prime impronte della vita attraverso comunità di microrganismi che legavano i granelli di sabbia e innescavano la precipitazione di minerali, creando strutture fossilizzate note come microbialiti. Il team di Atri ritiene che processi biologici simili possono essersi verificati su Marte durante l’epoca in cui l’acqua sotterranea era ancora attiva.

Se microrganismi esistevano nel cratere Gale, è plausibile che i sedimenti litificati della Formazione Stimson li abbiano inglobati e conservati nel tempo. La conservazione fossile non assumerebbe la forma di scheletri o impronte visibili, bensì di firme chimiche o microscopiche inclusioni organiche cristallizzate nella roccia.

Questa non è una prova diretta della vita passata, ma un’ipotesi scientificamente solida e testabile attraverso future analisi geochimiche.

L’importanza per le prossime missioni di esplorazione

La ricerca sulla litificazione delle dune non riscrive la storia climatica di Marte, ma ridefinisce dove e come cercare la vita nei prossimi decenni. I siti con dune litificate, una volta considerati margini di interesse scientifico secondario, emergono ora come obiettivi prioritari per future missioni di esplorazione planetaria, tra cui il rover ExoMars e un possibile ritorno con strumenti più sensibili e tecnologicamente avanzati.

La presenza di gesso e altri solfati nella roccia offre indizi sulla chimica dell’acqua passata su Marte, un fattore chiave per valutare l’abitabilità complessiva dell’ambiente antico.

Il confronto con gli analoghi terrestri, come i deserti degli Emirati Arabi e altre zone aride sulla Terra, dimostra il potere della geologia comparativa nel permetterci di studiare la Terra per comprendere Marte e viceversa. In un’epoca in cui l’esplorazione planetaria punta alla ricerca di vita microbica passata, ogni formazione rocciosa diventa un libro da decifrare con strumenti geochimici e radiometrici sempre più sofisticati.

Un pianeta che ha resistito più a lungo del previsto

Marte non è mai stato un gemello della Terra, però per un tempo sorprendentemente lungo il pianeta è stato un mondo capace di sostenere condizioni favorevoli alla vita. Non con oceani scintillanti e tempeste sulla superficie, ma con acque silenziose che scorrevano nel buio profondo, cementando sabbia in pietra e forse custodendo segreti biologici ancora ignoti.

La ricerca su come l’acqua ha ospitato la vita ci ricorda che l’abitabilità non è un evento istantaneo, bensì un processo spesso nascosto che può durare molto più a lungo di quanto immaginiamo. Nel cuore di una duna marziana, potrebbe ancora battere l’eco di un’antica vita microbica, una testimonianza della capacità della natura di adattarsi e persistere negli ambienti più ostili.

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