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Un’invasione silenziosa sta trasformando gli ecosistemi del Cile, un hotspot di biodiversità unico al mondo. Tre specie di api non native (Apis mellifera, Bombus terrestris e Bombus ruderatus) hanno preso il sopravvento, ridisegnando le reti di impollinazione che sostengono la flora locale.
Uno studio basato su oltre 2.100 registrazioni scientifiche e dati di citizen science, spiega come le api introdotte dall’uomo stiano spostando gli equilibri naturali, favorendo le piante esotiche e marginalizzando le specie native.
Indice
Uno studio sul Cile rivela come tre specie di api invasive (Apis mellifera, Bombus terrestris, Bombus ruderatus) abbiano trasformato le reti di impollinazione native. Analizzando oltre 2.100 interazioni, la ricerca mostra che il Bombus terrestris domina il 73% dei contatti, preferendo piante non native e riducendo la specializzazione della rete.
Dopo il 2005, anno di espansione in campi aperti, il bombo nativo Bombus dahlbomii ha perso la sua centralità a favore delle specie introdotte. L’ecosistema risulta ora più omogeneo e vulnerabile, con rischi per la flora autoctona. L’integrazione di dati scientifici e citizen science offre strumenti cruciali per monitorare e gestire queste invasioni biologiche, sottolineando la necessità di politiche di conservazione che proteggano le interazioni native.
Il dominio delle api introdotte
L’analisi dei dati mostra una predominanza schiacciante del bombo Bombus terrestris, responsabile del 73% di tutte le interazioni registrate. Questa specie, insieme all’ape mellifera e al Bombus ruderatus, adotta un comportamento generalista, visita indistintamente un’ampia varietà di fiori senza specializzarsi. La ricerca evidenzia che il 75% delle interazioni avviene con piante non native, creando un circolo vizioso che favorisce la diffusione di vegetazione esotica a discapito di quella originaria.
Differenza tra Bombus terrestris e ape mellifera
L’ape mellifera vive in colonie permanenti, produce miele e muore dopo aver punto. Il Bombus terrestris è più grande, peloso e vive in colonie annuali che muoiono in inverno. A differenza dell’ape, il bombo vola anche col freddo, non produce scorte di miele e può pungere più volte grazie al pungiglione liscio, risultando un impollinatore più rustico e resistente. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Bombus_terrestris
Il Bombus terrestris da solo ha interagito con 301 specie vegetali, dimostrando una capacità di adattamento superiore rispetto alle altre due specie invasive. La sua tolleranza a climi diversi e la continua introduzione annuale di oltre 60.000 esemplari per scopi agricoli alimentano costantemente questa espansione. Questo scenario trasforma gli ecosistemi in reti semplificate, dove poche specie dominanti controllano la maggior parte delle risorse floreali.

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Il crollo delle reti native prima e dopo il 2005
Il punto di svolta è stato il 2005, anno in cui il Bombus terrestris ha iniziato a essere utilizzato massicciamente in campi aperti. Prima di questa data, il bombo nativo cileno (Bombus dahlbomii) era il nodo centrale della rete di impollinazione, garantendo connessioni stabili e specializzate.
Dopo il 2005, la struttura della rete è cambiata radicalmente: l’ape mellifera ha preso il comando per numero di collegamenti, mentre il bombo nativo è scivolo in seconda posizione, perdendo la sua centralità ecologica.
I metrici di rete confermano un impoverimento della specializzazione: le interazioni sono diventate più generiche e meno esclusive. L’indice di “nidificazione” (nestedness) è aumentato, indicando che le specie specialiste interagiscono ora con un sottoinsieme di piante già visitate dai generalisti invasivi. Questo appiattimento funzionale rende l’ecosistema più omogeneo e vulnerabile, minacciando la sopravvivenza delle piante che dipendono da impollinatori specifici.
Citizen science e scenari futuri di conservazione
Lo studio integra dati storici con osservazioni raccolte da volontari tramite piattaforme di citizen science, dimostrando come la partecipazione pubblica sia cruciale per monitorare cambiamenti su vasta scala.
Questi dati hanno permesso di mappare con precisione l’espansione delle api invasive e il loro impatto sulle piante native ed esotiche. Senza questo sforzo collaborativo, sarebbe stato impossibile ottenere un quadro così dettagliato delle dinamiche in atto.
Le implicazioni per la conservazione sono profonde. Proteggere la biodiversità in hotspot come il Cile richiede politiche che bilancino i benefici agricoli immediati con i costi ecologici a lungo termine.
Favorire le specie native e limitare le introduzioni commerciali di impollinatori esotici diventa prioritario per evitare il collasso delle mutualismi pianta-impollinatore co-evoluti. La vigilanza e la gestione basata su dati scientifici rappresentano l’unica via per preservare la ricchezza biologica di questi ecosistemi isolati.
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