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Le ancore stanno distruggendo i fondali dell’Antartide e gli ecosistemi marini antartici

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Studio in breve: Sotto la superficie tranquilla dell’Antartide, catene di navi raschiano il fondale come lame. Distruggono spugne millenarie e habitat che impiegheranno secoli a ricrescere. Ma con tecnologia e regole, possiamo navigare senza lasciare ferite nel fondo del mare. Per saperne di più continua la lettura.

Le acque antartiche appaiono tranquille in superficie, ma in profondità nascondono cicatrici profonde causate dall’attività umana. Un nuovo studio rivela che le ancore delle navi stanno distruggendo i fondali marini antartici, danneggiando ecosistemi che crescono a ritmi estremamente lenti.

Mentre sempre più navi, da crociera, ricerca e private, raggiungono le insenature della Penisola Antartica grazie al progressivo ritiro del ghiaccio marino, molte di queste imbarcazioni gettano ancora in acque poco profonde per mantenere la stazione. Il vento e le correnti oceaniche fanno oscillare le catene di ancoraggio, che raschiano il fondale come coltelli giganti, distruggendo spugne, gorgonie e strutture ecologiche delicate costruite nel corso di secoli.

Video subacquei ad alta definizione hanno documentato solchi nitidi nel sedimento, evidenti tracce di sedimenti sollevati e scheletri di organismi frantumati: prove inequivocabili di un impatto silenzioso ma devastante su uno dei sistemi marini più fragili del pianeta.

Le ancore stanno distruggendo i fondali dell’Antartide in un minuto

Uno studio rivela che le ancore stanno distruggendo i fondali dell'Antartide, danneggiando ecosistemi che crescono lentamente. Video subacquei mostrano solchi profondi, sedimenti sollevati e spugne frantumate causati dal trascinamento di catene durante l’ancoraggio. In acque fredde, la crescita degli organismi è estremamente lenta: alcune spugne vivono migliaia di anni. 

Il loro danneggiamento ha effetti duraturi, riducendo biodiversità, capacità di filtraggio e immagazzinamento del carbonio. L’analisi del traffico marittimo (AIS) conferma che navi da crociera e ricerca si fermano spesso in aree sensibili. Soluzioni esistono: posizionamento dinamico, ormeggi permanenti e zone di divieto. Piccole scelte operative possono prevenire danni irreversibili.

Il turismo e la ricerca in Antartide devono bilanciare accesso e conservazione. Proteggere i fondali significa salvaguardare ecosistemi unici che impiegheranno secoli a riprendersi. La vera sfida è navigare senza lasciare tracce.

La ferita invisibile del fondale antartico

I ricercatori hanno posizionato telecamere subacquee ad alta risoluzione in diverse baie antartiche, luoghi noti come zone di ancoraggio preferite dalle navi mercantili e da ricerca. I filmati registrati mostrano chiaramente solchi curvi incisi nel fondale marino, corrispondenti precisamente alla lunghezza e al movimento caratteristico delle catene di ancoraggio durante il movimento della nave.

In questi corridoi di danno creati dall’ancoraggio ripetuto, il terreno è stato completamente spogliato di sedimenti fini, lasciando superfici nude e denude di vita. All’interno delle tracce lasciate dalle ancore, i ricercatori hanno trovato spugne frantumate, gorgonie rovesciate e frammenti diffusi di vita marina precedentemente integra. A pochi metri di distanza da questi tracciati di devastazione, comunità di organismi marini intatte mantengono strutture vitali e complessità biologica.

Il contrasto risulta estremamente netto, un’area caratterizzata da vivacità biologica e struttura tridimensionale accanto a un deserto artificiale completamente spogliato. Non si tratta di erosione naturale attribuibile a fenomeni oceanografici, bensì di danneggiamento meccanico diretto causato dalle operazioni di ancoraggio delle navi nei fondali antartici.

Il recupero degli ecosistemi antartici richiede tempi geologici

Gli ecosistemi marini antartici rimangono tra i più lenti al mondo per quanto riguarda i tempi di rigenerazione biologica. Spugne, coralli di acque profonde e tappeti filtranti crescono solamente di pochi millimetri all’anno nelle acque gelide e caratterizzate da stabilità ambientale prolungata.

Alcune specie di spugne di vetro possono vivere per migliaia di anni, accumulando biomassa in tempi estremamente dilatati. Quando una catena di ancoraggio distrugge le strutture, non esiste alcuna velocità di ricrescita apprezzabile nel breve termine. In mari temperati, i danni causati dal trascinamento di ancore possono risultare visibili per oltre un decennio prima della cicatrizzazione ecologica. Nell’Artico e in Antartide, il processo di guarigione biologica potrebbe durare secoli o addirittura millenni.

Ogni intervento di ancoraggio umano distrugge la biodiversità locale, e compromette altresì il ciclo del carbonio marino. Gli organismi marini immagazzinano carbonio inorganico nei loro tessuti organici e negli scheletri calcitici, e la loro perdita a causa dell’ancoraggio riduce notevolmente questa capacità di accumulo e stoccaggio del carbonio.

Dalle tracce alle prove definitive del danno da ancoraggio

Per distinguere efficacemente i danni causati dall’ancoraggio di navi da quelli causati dagli iceberg che si staccano dalle piattaforme glaciali, il team di ricerca ha analizzato dettagliatamente forma, profondità e frequenza spaziale delle cicatrici osservate nel fondale.

Gli iceberg quando si muovono scavano linee prevalentemente rette e irregolari nel sedimento, mentre le catene di ancoraggio lasciano archi ripetitivi e concentrici, tipici del movimento oscillatorio laterale di una nave ancorata con catena in movimento. Le tracce caratteristiche dell’ancoraggio si trovavano collocate a profondità dove gli iceberg raramente riescono a raggiungere durante il loro movimento.

L’analisi del sistema AIS, Automatic Identification System, conferma che nello stesso periodo storico durante il quale le cicatrici sono state fotografate, numerose navi commerciali e da ricerca erano ferme in quelle zone precise, spesso con catene di ancoraggio lunghe centinaia di metri. In un porto antártico molto frequentato dal traffico turistico, durante un solo mese di affluenza turistica massima, le stime indicano che ogni nave presente ha trascinato effettivamente sul fondo una catena di lunghezza pari a cinque volte la profondità totale dell’acqua nella baia.

Soluzioni tecnologiche già disponibili per prevenire il danno

Il problema della distruzione dei fondali attraverso l’ancoraggio non è un fenomeno inevitabile e ineluttabile. Esistono già tecnologie marine sviluppate e disponibili per evitare completamente questo tipo di danno ambientale. Il posizionamento dinamico utilizza propulsori computerizzati e sistemi GPS di precisione che mantengono la nave ferma e stabile senza alcun bisogno di gettare e trascinare ancore sul fondale marino.

Gli ormeggi permanenti sono ancore fisse già posizionate in zone di ancoraggio controllate, collegate a boe galleggianti in superficie, permettendo alle imbarcazioni di attraccare senza toccare il fondale fragile sottostante. Le zone di divieto totale sono aree sensibili dal punto di vista ecologico che possono essere protette attraverso regole rigorose di navigazione e ancoraggio imposte dalle autorità.

Le scelte consapevoli dei capitani di nave includono l’evitamento deliberato dell’ancoraggio durante soste brevi, la scelta consapevole di fondali più profondi meno vulnerabili, e la consultazione di mappe oceanografiche che identificano le aree ecologicamente sensibili. Piccole decisioni operative di questo tipo possono preservare ecosistemi unici e irripetibili negli oceani antartici.

Perché la distruzione dei fondali antartici è importante per il pianeta

I fondali marini antartici non sono deserti biologicamente sterili, ma costituiscono giardini marini tridimensionali complessi e altamente strutturati. Spugne e gorgonie filtrano enormi volumi d’acqua ogni giorno, forniscono rifugio critico a pesci di acque profonde, stelle marine, ricci di mare e innumerevoli invertebrati, e sostengono reti alimentari complesse che si estendono attraverso gli strati dell’oceano.

Quando queste comunità bentoniche vengono distrutte dall’ancoraggio di navi, l’habitat si appiattisce progressivamente, la biodiversità complessiva crolla rapidamente, e il recupero biologico rallenta ulteriormente a causa del limo sospeso che ostruisce le strutture filtranti sensibili. Il turismo scientifico e la ricerca polare portano un valore scientifico e culturale considerevole, ma questo valore non deve costare la distruzione sistematica di ciò che questi visitatori e ricercatori vengono a osservare e studiare.

La soluzione identificata dalla ricerca oceanografica non consiste nel “nessuna nave” che raggiunge l’Antartide, bensì nel “nessuna ancora posizionata nei posti sbagliati” dove gli ecosistemi rimangono fragili e vulnerabili.

Video Anchor and chain damage to seafloor habitats in Antarctica

Fonte:

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