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Un dato scioccante emerge dai primi giorni del conflitto in Medio Oriente: la guerra in Iran supera le emissioni annuali dell’Islanda in 14 giorni. Questa cifra drammatica evidenzia come le operazioni militari generino un inquinamento climatico massiccio in tempi brevissimi.
Mentre il mondo discute di transizione ecologica, i cieli del Golfo si riempiono di aerei da combattimento che bruciano milioni di litri di carburante, accelerando la corsa contro il tempo per salvare il pianeta da un collasso ambientale.
Indice
Un nuovo studio rivela che la guerra in Iran supera le emissioni annuali dell'Islanda in 14 giorni, rilasciando oltre 5 milioni di tonnellate di CO2. Operazioni militari, deviazioni aeree civili e rilasci di metano da infrastrutture danneggiate guidano questa impennata storica. Il conflitto evidenzia la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento fossile, come dimostrato dal blocco dello Stretto di Hormuz.
Gli esperti sottolineano che la transizione verso le energie rinnovabili rappresenta ora una questione di sicurezza nazionale, offrendo indipendenza energetica e resilienza geopolitica. Accelerare l’abbandono dei combustibili fossili è l’unica via per ridurre sia le emissioni che i rischi di futuri conflitti globali.
Il costo climatico delle operazioni militari
Le cifre relative al consumo di carburante risultano sbalorditive per l’opinione pubblica. Un singolo caccia F-35 Lightning II consuma tra i 5.600 e i 6.500 litri di cherosene in una missione di due ore. Questa singola sortita emette circa 14-17 tonnellate di anidride carbonica, pari alle emissioni totali di un’automobile convenzionale durante tutta la sua vita utile.
Gli Stati Uniti hanno lanciato oltre 8.000 voli di combattimento nell’ambito dell’“Operazione Epip Fury”. Il team di Lennard de Klerk, esperto di contabilità dei gas serra in guerra, stima che le emissioni dirette di queste due settimane ammontino a oltre 5 milioni di tonnellate di CO2. A queste si aggiungono le emissioni di Lockheed Martin, il cui parco aeromobili ha rilasciato quasi 14 milioni di tonnellate di equivalenti di CO2 nel solo 2024.

Oltre la CO2: Metano e rotte aeree deviate
L’impatto ambientale include fattori spesso ignorati dal pubblico generale. Le esplosioni contro raffinerie e depositi petroliferi rilasciano metano non bruciato direttamente in atmosfera, un gas serra molto più potente della CO2 nel breve termine.
Neta Crawford, autrice di studi sul Pentagono e il clima, evidenzia come il rilascio incontrollato di metano dagli impianti di stoccaggio danneggiati costituisca una minaccia grave quanto la combustione diretta.
Anche l’aviazione civile paga un prezzo alto in termini di emissioni. Mezzo milione di passeggeri al giorno transitava sugli hub del Golfo prima del conflitto. Ora, molti voli deviano su rotte più lunghe per evitare la zona di guerra o interferenze ai sistemi GPS. I percorsi allungati bruciano quantità extra di carburante, generando emissioni aggiuntive che si sommano al disastro ambientale diretto.

Riarmo globale e infrastrutture fossili
Le conseguenze si estendono ben oltre la durata dei combattimenti attivi. Grace Alexander, ricercatrice del CEOBS, ricorda che la ricostruzione post-bellica genera enormi volumi di emissioni, come osservato in Ucraina. Inoltre, l’aumento della spesa militare spinge i governi a investire in infrastrutture fossili per garantire l’approvvigionamento energetico, ritardando la transizione verde.
Il blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa il 20-25% del petrolio globale, crea insicurezza energetica immediata. Paesi come Pakistan e Bangladesh rischiano di rimanere bloccati nell’uso di combustibili fossili per anni a causa delle interruzioni nelle forniture. Sebastian Kind, ex responsabile delle rinnovabili in Argentina, sottolinea che l’indipendenza energetica offerta dalle rinnovabili è l’unica via per garantire sovranità e sicurezza nazionale di fronte a crisi geopolitiche.
Accelerare la transizione verso le rinnovabili

La crisi attuale funge da monito severo per tutte le nazioni industrializzate. La dipendenza dal petrolio e dal gas naturale espone i paesi a ricatti geopolitici e volatilità dei prezzi. Investire nelle energie rinnovabili non rappresenta più solo una scelta ecologica, ma una strategia di difesa nazionale essenziale. La tecnologia è pronta e competitiva; manca spesso la volontà politica di sbloccare gli investimenti necessari.
Gli esperti avvertono che militarizzare la risposta al cambiamento climatico crea un circolo vizioso pericoloso. Usare il clima come giustificazione per aumentare i budget militari porta a più emissioni, peggiorando il problema che si intende combattere. La decisione di andare in guerra ha quindi conseguenze planetarie, rendendo urgente un cambio di rotta verso la pace e la sostenibilità energetica.
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