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Addio atomi: la coscienza è il fondamento dell’universo, dice una nuova teoria

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In breve: Non è il cervello che crea la coscienza: è la coscienza che crea il cervello. Una nuova teoria scientifica colloca la mente al cuore della realtà fisica. Atomi, spazio e tempo potrebbero essere solo onde in un oceano di consapevolezza. Per saperne di più continua la lettura.

Da sempre la scienza ha costruito la realtà partendo dal basso con atomi che si aggregano, molecole che si organizzano, cellule che si specializzano fino a formare cervelli capaci di pensiero. In questo racconto la coscienza appare come un’eco tardiva, un effetto secondario di complessi circuiti neurali.

Ma cosa accadrebbe se l’ordine fosse completamente invertito? E se non fossero gli atomi a dare origine alla mente bensì la coscienza a generare atomi spazio e tempo? Questa provocazione teorica arriva da Maria Strømme professoressa di scienze dei materiali all’Università di Uppsala in un articolo pubblicato su AIP Advances.

La sua proposta non è mistica né metaforica bensì un modello fisico-matematico in cui la coscienza non corrisponde a una proprietà emergente ma al campo fondamentale da cui tutto ha origine. L’idea che la coscienza sia il fondamento dell’universo cambia completamente il modo di intendere la realtà e il nostro ruolo in essa.

La coscienza è il fondamento dell’universo in un minuto

La professoressa Maria Strømme propone una teoria radicale: la coscienza non è un prodotto del cervello, ma il campo fondamentale da cui emergono spazio, tempo e materia. Invece di partire da atomi e particelle, il suo modello inverte la prospettiva, trattando l’universo come una manifestazione strutturata di una consapevolezza primordiale. 

Utilizzando strumenti della fisica teorica e concetti come la rottura di simmetria, la ricerca suggerisce che cervelli, corpi e persino il Big Bang possano derivare da fluttuazioni in questo campo cosciente. La teoria, pubblicata su AIP Advances, non prova l’esistenza di una mente universale, ma offre un framework matematico per testarla, aprendo nuove strade nella comprensione di fenomeni come la morte, la telepatia e l’unità esperienziale.

Un campo di coscienza universale

Strømme capovolge la domanda classica della neuroscienza e non chiede più come il cervello produca la coscienza bensì in che modo un universo intrinsecamente cosciente dia forma a cervelli corpi e persino alla struttura dello spaziotempo.

La professoressa si ispira alla teoria quantistica dei campi dove le particelle non sono oggetti isolati ma increspature di campi invisibili che si estendono ovunque. Allo stesso modo propone che la coscienza sia un campo presente in ogni luogo e in ogni istante con la materia fisica che ne rappresenta una manifestazione organizzata.

Questo approccio si collega a una corrente filosofica nota come panpsichismo secondo cui la coscienza non è un accidente evolutivo ma una caratteristica basilare della realtà come la massa o la carica elettrica. Strømme integra però questa visione in un quadro formale usando strumenti matematici analoghi a quelli della fisica moderna per costruire una teoria coerente e testabile.

La struttura del modello cosmico

Per dare struttura al suo modello Strømme introduce tre concetti mutuati da una tradizione filosofica recente reinterpretandoli in chiave fisica. Il campo della mente universale è il potenziale puro l’intelligenza non ancora differenziata che satura il cosmo.

La coscienza universale si presenta come la capacità fondamentale di esperienza neutra e indistinta. Il pensiero universale è il processo attivo che trasforma questa consapevolezza latente in forme specifiche come la luce del sole il suono di una voce il ricordo di un profumo.

Questi non sono vaghi concetti spirituali ma ruoli ben definiti in un sistema teorico che descrive come dall’unità indifferenziata emergano distinzioni relazioni e infine il mondo fenomenico che conosciamo. La coscienza come fondamento dell’universo non rimane quindi una speculazione astratta ma una struttura matematica.

Dalle origini al Big Bang

Nella cosmologia tradizionale tutto comincia con il Big Bang un punto di densità infinita da cui si espande spazio tempo e materia. Strømme suggerisce uno stadio precedente silenzioso e senza forma in cui non esistono ancora cose né separazioni né direzioni. In questo stato primordiale tutto è coscienza non strutturata.

Da qui piccole fluttuazioni nel campo della coscienza darebbero il via a un processo simile alla rottura di simmetria un meccanismo noto in fisica per spiegare come forze e particelle assumano identità diverse a partire da uno stato uniforme.

Nel modello di Strømme questa rottura genera le prime distinzioni osservatore e osservato qui e là prima e dopo. Lo spaziotempo stesso non esiste in partenza bensì emerge come struttura derivata da un campo cosciente più profondo.

Il cervello come ricevitore di coscienza

In questo universo la mente individuale non è una scatola chiusa bensì una configurazione temporanea del campo universale, un’onda localizzata in un oceano infinito. Il senso di essere “io” separato dal resto del mondo rimane reale a livello esperienziale ma non a livello fondamentale. Si tratta di una costruzione utile per navigare la realtà ma non della verità ultima delle cose.

Questa visione risuona con le tradizioni non duali presenti in diverse culture dove l’unità tra sé e mondo corrisponde alla condizione originaria offuscata da abitudini percettive. Strømme non invoca testi sacri ma traduce questa intuizione in un linguaggio scientifico rigoroso. Il cervello in questa prospettiva non crea la coscienza bensì la canalizza la filtra la personalizza. Funziona come un’antenna sintonizzata su un segnale già presente in tutto l’universo.

Fenomeni straordinari e la morte

Il modello apre nuove prospettive su esperienze spesso escluse dalla scienza ufficiale come telepatia percezioni a distanza visioni durante il coma. Strømme non le dichiara vere ma chiede se possano essere compatibili con una fisica diversa.

In un universo fondato su un campo cosciente condiviso le informazioni potrebbero non essere vincolate allo spazio e al tempo come li conosciamo. Questo non prova tali fenomeni ma li rende concettualmente possibili degni di esplorazione anziché automaticamente scartati.

La morte assume un nuovo significato in questa teoria. Quando il corpo cessa di funzionare lo schema complesso che chiamiamo “io” si dissolve ma il campo di coscienza in cui era immerso non scompare. Il sé individuale finisce ma la consapevolezza non ha mai avuto un inizio né una fine. È come una forma d’onda che si placa mentre l’oceano rimane intatto.

Verso la verifica scientifica

La proposta di Strømme non è pura speculazione ma si inserisce in un dibattito scientifico già in corso sul carattere non fondamentale dello spaziotempo sostenuto da teorie come la gravità quantistica o l’emergenza dell’informazione. La professoressa colloca la coscienza a quel livello primordiale suggerendo che la realtà ultima non sia solo matematica bensì esperienziale.

L’articolo propone idee per testare indirettamente la teoria includendo correlazioni anomale tra stati mentali e sistemi quantistici firme neurofisiologiche di unità non locale o modelli cosmologici in cui la coscienza influenzi la struttura dell’universo primordiale. Non si tratta di prove dirette ma di tracce da seguire attraverso la ricerca scientifica.

Se l’universo è fatto di coscienza non di atomi allora osservare una stella assaggiare un frutto o accarezzare una foglia non è solo interazione con la materia bensì un atto di riconoscimento reciproco tra parti di un’unica mente. La scienza da qui in poi potrebbe non guardare più solo fuori ma anche dentro come parte integrante di ciò che studia.

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