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Le recenti scoperte archeologiche presso la grotta di Tinshemet, situata nel centro di Israele, stanno ridefinendo la nostra comprensione delle interazioni umane durante il Paleolitico Medio. Datati a circa 100.000 anni fa, i reperti emersi dal sito rivelano un quadro sorprendente di uniformità culturale tra gruppi di ominidi morfologicamente diversi.
Nonostante la presenza contemporanea di Homo sapiens arcaici e popolazioni simili ai Neanderthal nella regione del Levante, le evidenze suggeriscono la condivisione di un complesso comportamentale coerente. Questo include una tecnologia litica avanzata, la caccia specializzata a grandi prede e, soprattutto, pratiche funerarie simboliche elaborate che coinvolgono l’uso di ocra.

Il sito si trova a soli 10 chilometri dal giacimento di Nesher Ramla ed è un tassello centrale per comprendere la dinamica tra le popolazioni che abitavano questa regione tra i 130.000 e gli 80.000 anni fa. Mentre il dibattito scientifico ha a lungo discusso se questi gruppi vivessero isolati o in contatto, i dati di Tinshemet puntano decisamente verso una forte connettività inter-popolazione.
Indice
La grotta di Tinshemet, in Israele, ha restituito prove straordinarie di un complesso comportamentale uniforme nel Paleolitico Medio (~130-80.000 anni fa). Nonostante la coesistenza di diverse popolazioni di Homo, tra cui Homo sapiens arcaici e ominidi simili ai Neanderthal, i reperti indicano una condivisione culturale diffusa.
Gli scavi hanno portato alla luce sepolture intenzionali in posizione fetale, arricchite da ocra rossa proveniente da fonti lontane, e una ricca industria litica basata sulla tecnica Levallois centripeta.
Questi elementi, uniti alla caccia di grandi ungulati, suggeriscono che le interazioni sociali e gli scambi tra gruppi abbiano omogeneizzato i comportamenti nella regione del Levante, anticipando pratiche simboliche complesse di decine di migliaia di anni rispetto ad altre aree del globo.
Stratigrafia e cronologia delle occupazioni
L’analisi stratigrafica della grotta ha permesso di identificare diverse unità di deposizione, distinte principalmente dalla densità dei resti archeologici e dalla composizione dei sedimenti. Le unità principali, denominate A e B sulla Terrazza esterna e lo Strato III nella Prima Camera, mostrano evidenze inequivocabili di un’occupazione umana intensiva. I sedimenti delle aree sono ricchi di cenere di legno ricristallizzata, frammenti di ossa calcinate e microcarbone, indicativi di un uso prolungato del fuoco.

Le datazioni assolute, ottenute attraverso metodi di Termoluminescenza (TL) e Luminescenza Otticamente Stimolata (OSL), collocano la fase principale di occupazione umana intorno ai 97.000 anni fa. Questo periodo corrisponde allo Stadio Isotopico Marino 5 (MIS 5), un’epoca caratterizzata da un clima relativamente favorevole. È interessante notare come i dati cronologici allineino Tinshemet con altri siti chiave della regione come Qafzeh e Skhul, suggerendo una contemporaneità nelle occupazioni che favorisce lo scambio culturale.
Al di sotto di questi livelli ricchi di attività umana, si trova l’Unità C, caratterizzata da una scarsità di manufatti e assenza di cenere, che suggerisce un’occupazione solo effimera o la frequentazione da parte di carnivori prima dell’arrivo stabile degli ominidi.
Tecnologia litica e il metodo Levallois
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dallo studio degli assemblaggi litici di Tinshemet è la predominanza della tecnologia Levallois centripeta. Questo metodo di scheggiatura della selce, complesso e standardizzato, permetteva di ottenere schegge di forma e dimensioni predeterminate partendo da nuclei preparati con grande cura. La presenza massiccia di questa tecnica a Tinshemet non è un caso isolato ma si inserisce in un contesto regionale più ampio.

L’omogeneità tecnologica osservata tra Tinshemet, Nesher Ramla, Qafzeh e Skhul indica che la conoscenza di questo sistema di riduzione era ampiamente condivisa. La standardizzazione nella produzione di utensili, unita alla scarsità di strumenti ritoccati rispetto ai prodotti finali, denota una catena operativa ben consolidata e trasmessa socialmente attraverso le generazioni e tra le diverse popolazioni di Homo.
L’uso dell’ocra e i comportamenti simbolici
Oltre alla tecnologia, la grotta di Tinshemet ha restituito una quantità eccezionale di ocra, con oltre 7.500 frammenti rinvenuti durante gli scavi. La maggior parte dei frammenti presenta tonalità che vanno dal rosso all’arancione, e alcune evidenze suggeriscono che il materiale sia stato sottoposto a trattamento termico per intensificarne il colore. L’analisi delle caratteristiche geologiche dell’ocra indica che le fonti di approvvigionamento si trovavano a notevole distanza dal sito, fino a 100 chilometri verso il Negev centrale o la Galilea.

Lo sforzo profuso per recuperare i pigmenti da fonti lontane sottolinea il loro importante valore simbolico o utilitaristico per gli abitanti della grotta. Il ritrovamento di grossi pezzi di ocra in diretta associazione con le sepolture umane, come nel caso dell’individuo Tinshemet 2, rafforza l’ipotesi di un loro utilizzo nei rituali funebri. Questo comportamento, documentato anche a Qafzeh e Skhul, anticipa di decine di migliaia di anni le pratiche simboliche complesse osservate in Europa e Africa.
Pratiche funerarie e interazione tra popolazioni
Le scoperte più toccanti riguardano le pratiche di sepoltura. Tinshemet ha restituito i resti di almeno cinque individui, inclusi scheletri articolati di adulti e bambini. Le salme sono state deposte in fosse intenzionali, spesso in posizione rannicchiata o fetale, con gli arti flessi verso il torso. Questa modalità di inumazione primaria suggerisce che i corpi venivano sepolti poco dopo la morte, preservando l’articolazione scheletrica.

La somiglianza di questi riti funerari con quelli osservati a Qafzeh e Skhul è notevole. In tutti questi siti si riscontra la combinazione di sepolture intenzionali, posizionamento flessibile dei defunti e inclusione di oggetti simbolici come l’ocra. Questo “pacchetto comportamentale” uniforme emerge in un periodo in cui la variabilità biologica delle popolazioni era invece molto alta. La regione era abitata da gruppi con tratti anatomici distinti, alcuni attribuibili a Homo sapiens arcaici e altri a ominidi con affinità neanderthaliane.
L’evidenza di una cultura materiale e di pratiche sociali così simili tra gruppi biologicamente diversi supporta l’ipotesi di interazioni sociali intense e di mescolanza genetica. Piuttosto che vivere in isolamento, le popolazioni del Levante nel Paleolitico Medio sembrano aver condiviso un orizzonte culturale comune. La grotta di Tinshemet conferma quindi che, ben prima della diffusione globale dell’uomo moderno, esistevano già reti sociali complesse capaci di trasmettere tradizioni, tecnologie e credenze attraverso i confini delle specie.
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Credit immagine in evidenza: independent.co.uk