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Google sta UCCIDENDO i SITI WEB: l’allarme di Ferry e la crisi dell’editoria

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Ferry ha lanciato un allarme nel suo video: Google sta uccidendo i siti web fornendo risposte immediate che eliminano la necessità di cliccare. Oltre al crollo economico, rischiamo un degrado della verità (model collapse), ma esistono nuove difese come la GEO e il blocco dei bot AI. Analizziamo la denuncia di Ferry integrando soluzioni tecniche e una riflessione etica sulla memoria storica del web.

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Google sta UCCIDENDO i SITI WEB

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L’imprenditore e youtuber Ferry ha lanciato un allarme inequivocabile nel suo video datato 22 Luglio 2025 dal titolo: Google sta uccidendo i siti web: è un problema anche tuo. La sua analisi descrive un collasso strutturale dell’ecosistema digitale, causato dall’introduzione aggressiva delle risposte generate dall’intelligenza artificiale (AI Overviews) che eliminano la necessità per gli utenti di visitare le fonti originali.

Questa tesi che condivido pienamente, esprime con la lucidità di chi gestisce testate giornalistiche da decenni, evidenzia come il modello storico del web aperto sia sull’orlo del crollo. Al fenomeno dell’AI si sommano il crollo dei ricavi pubblicitari, le normative privacy e la frammentazione dell’attenzione, creando una tempesta perfetta che minaccia la sopravvivenza stessa dell’informazione professionale.

Nel suo video, Ferry denuncia come Google stia uccidendo i siti web attraverso le AI Overviews, che azzerano il traffico organico e i ricavi editoriali. A questo si somma il crollo del modello pubblicitario tradizionale, aggravato da ad blocker e normative privacy. 

La scomparsa delle testate professionali rischia di innescare un "model collapse", dove le AI si addestrano su dati scadenti, e una "cannibalizzazione" che danneggia lo stesso Google. L'analisi evidenzia l'urgenza di nuove strategie come la GEO, la difesa tecnica tramite robots.txt e una regolamentazione etica per salvare non solo il giornalismo, ma la memoria storica collettiva.

La diagnosi di Ferry: il collasso del modello pubblicitario

Nel suo video, Ferry ripercorre l’evoluzione negativa del business editoriale online, partendo dall’avvento massiccio degli ad blocker. Egli descrive una spirale perversa: i publisher, per compensare le perdite dovute al blocco degli annunci, hanno aumentato l’invasività della pubblicità, spingendo ancora più utenti a installare strumenti di blocco.

Questa dinamica, unita alle normative europee sui cookie che hanno reso il targeting meno preciso, ha azzerato il valore degli spazi pubblicitari. Ferry sottolinea come i banner oggi siano non solo fastidiosi, ma economicamente inefficaci, generando introiti irrisori rispetto al passato.

Questa analisi trova conferma nei dati di settore. Un report dettagliato di Search Engine Journal sull’impatto dei cookie di terze parti evidenzia come la fine del tracciamento tradizionale stia erodendo i ricavi CPM (costo per mille impressioni) degli editori, rendendo insostenibile il modello basato sulla pubblicità programmatica. La visione di Ferry non è quindi un semplice sfogo, ma la fotografia fedele di un modello di business che ha esaurito la sua spinta propulsiva.

AI Overviews: la fine del traffico organico secondo l’analisi del video

google ai overview
Schermata di una ricerca Google che mostra le “AI Overviews”, la funzionalità al centro della denuncia di Ferry. Il riquadro in evidenza genera una risposta sintetica utilizzando l’intelligenza artificiale generativa, fornendo all’utente le informazioni richieste direttamente nella pagina dei risultati. Come illustrato nel testo, sebbene Google includa dei link alle fonti (visibili nel riepilogo), la presenza di questa risposta immediata riduce drasticamente la necessità per l’utente di cliccare per visitare i siti web originali, confermando il rischio di “zero-click search” e l’erosione del traffico organico per gli editori. Per non farci mancare nulla, perché restituisce siti web in lingua inglese?

Il punto centrale sollevato da Ferry riguarda l’introduzione delle AI Overviews di Google, che tralaltro è anche possibile disabilitare. Egli spiega come questa funzionalità fornisca risposte dirette e sintetiche nella pagina dei risultati, rendendo superfluo il clic sul link del sito web. Definisce questo meccanismo come il “colpo di grazia” per un’editoria già in ginocchio, poiché elimina alla radice la possibilità di monetizzare tramite affiliazioni, content marketing o semplice pubblicità display.

Se l’utente ottiene la risposta immediatamente, il sito editore viene scavalcato, perdendo sia la visita che il potenziale guadagno. Il fenomeno descritto da Ferry è noto in ambito tecnico come zero-click search e i dati ne confermano la portata devastante.

Lo studio semestrale di SparkToro sui comportamenti di ricerca del 2024 conferma che oltre il 50% delle ricerche su Google si conclude ormai senza alcun clic su un risultato organico, una percentuale destinata a crescere con l’espansione dell’IA generativa. L’integrazione dell’IA sta di fatto estraendo valore dai contenuti altrui per alimentare i propri algoritmi, senza restituire traffico alle fonti.

Conseguenze sistemiche: dal Model Collapse alla cannibalizzazione dei dati

Ferry avverte che le conseguenze di questo scenario non saranno solo economiche, ma culturali e democratiche. La scomparsa dei ricavi porterà inevitabilmente alla chiusura di testate e al licenziamento di giornalisti, lasciando spazio a contenuti generati automaticamente o a opinioni non verificate diffuse nelle community online. Nel video, egli ribatte anticipatamente alle critiche sulla qualità del giornalismo italiano, ricordando che dietro ogni sito ci sono persone che lavorano per fornire informazioni verificate.

Questo rischio trova riscontro scientifico nella teoria del model collapse. Uno studio pubblicato su Nature Machine Intelligence da ricercatori del MIT avverte che le intelligenze artificiali, allenate su dati generati da altre AI in assenza di nuovi contenuti umani di qualità, produrranno risposte sempre meno affidabili. A questa analisi va aggiunto un paradosso economico spesso sottovalutato: Google sta rischiando di “mangiare il ramo su cui è seduta“.

Le intelligenze artificiali necessitano di dati freschi e verificati per migliorare, e se il modello economico descritto da Ferry porta alla chiusura delle fonti primarie, Google si troverà ad addestrare i suoi futuri modelli su dati obsoleti o generati da altre AI. Questo fenomeno di “cannibalizzazione dei dati” potrebbe portare a un degrado della qualità stessa del motore di ricerca, trasformando il gigante di Mountain View da gatekeeper dell’informazione a vittima della propria efficienza a breve termine.

Nuovi scenari: dalla difesa tecnica alla GEO

Contrariamente alla rassegnazione espressa nel video, dove Ferry ammette di non avere una soluzione pronta, esistono già contromisure tecniche e strategiche a disposizione degli editori. Molti siti stanno iniziando a implementare regole specifiche nel file robots.txt (come User-agent: Google-Extended o GPTBot) per bloccare attivamente la scansione dei propri contenuti da parte delle intelligenze artificiali generative.

Sebbene questa scelta possa ridurre la visibilità a lungo termine, è un atto di sovranità digitale immediato, costringere le piattaforme a negoziare l’accesso ai dati o a cercare fonti alternative, ripristinando almeno parzialmente il valore economico del contenuto originale. Sarà sufficiente? personalmente non credo, almeno fino a quando ci saranno siti web pronti ad attuare queste misure e altri no.

Il panorama competitivo sta evolvendo verso una nuova disciplina, la GEO (Generative Engine Optimization). A differenza della tradizionale SEO, che mirava a ottenere il primo clic nei risultati di ricerca, la GEO punta a strutturare i contenuti in modo che l’intelligenza artificiale li selezioni come fonte primaria per generare le sue risposte. Questo richiede un cambiamento radicale nel linguaggio editoriale, meno clickbait e più autorità, citazioni di dati strutturati e profondità argomentativa.

Solo i contenuti che dimostrano un’E-E-A-T (Esperienza, Competenza, Autorevolezza, Fiducia) superiore potranno emergere dalle sintesi algoritmiche, trasformando la crisi in un filtro di qualità naturale. Parallelamente, si muovono le istituzioni. L’Unione Europea ha introdotto con l’AI Act norme specifiche sulla trasparenza e il copyright per i modelli di IA, obbligando le grandi piattaforme a rispettare i diritti d’autore sui dati di addestramento.

Anche in questo aspetto nutro seri dubbi a riguardo, è sufficiente visionare il Google Discover o la SERP di Google per capire che la E-E-A-T non trova riscontro, tra contenuti generati interamente dai vari GTP e dai domini recuperati solo per monetizzare con i banner. Possiamo dirlo che Google è una merda?

Oltre l’economia, il diritto alla memoria

Il futuro dell’informazione dipenderà dalla capacità di creare un nuovo patto tra piattaforme, editori e utenti, accogliendo l’allarme lanciato da voci come quella di Ferry. Ignorare questo monito significa accettare passivamente la desertificazione culturale del web.

La questione trascende l’aspetto economico per toccare un nervo etico fondamentale: il diritto alla memoria collettiva. Se l’informazione quotidiana diventa effimera e non archiviata perché non remunerata, rischiamo di creare un “buco nero storico” per gli eventi contemporanei.

Preservare un ecosistema editoriale indipendente non significa solo tutelare il lavoro dei giornalisti, come giustamente nota Ferry, ma garantire alle generazioni future la possibilità di accedere a una cronaca verificata degli eventi, distinta dalle narrazioni fluide e modificabili delle piattaforme proprietarie. La sopravvivenza dei siti web non è dunque solo una battaglia commerciale, ma una necessità civile per la conservazione della verità storica.

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  1. Paola Sacconi says:

    Ho 75 anni seguo il digitale x quello che capisco e riesco
    Di tutto ho capito la tracotanza e prepotenza dei zBIG come difendersi in verità non ho capito nulla o quasi Comunque AVANTI O POPOLO è la 1 volta che scrivo e commento tali argomenti

    1. Ciao Paola, ci fa molto piacere del suo commento, per approfondire, consigliamo questa lettura: https://quandosipianta.it/alternative-eu-alle-big-tech-americane/

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