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Gli scimpanzé modificano le credenze con nuove prove, dimostrando una forma di razionalità

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In breve: Quando le prove cambiano, anche loro cambiano idea. La razionalità non è un privilegio umano: è un'eredità evolutiva. Per saperne di più continua la lettura.

Per decenni, la capacità di rivedere una credenza sulla base di nuove evidenze è stata considerata un tratto esclusivo della mente umana e un elemento distintivo dell’intelligenza razionale. Uno studio pubblicato su Science rivela che gli scimpanzé riescono a modificare le loro credenze quando vedono nuove prove, dimostrando una forma di razionalità finora attribuita solamente agli esseri umani.

La ricerca, condotta da Hanna Schleihauf dell’Università di Utrecht, mostra per la prima volta che questi grandi primati sanno pesare diverse tipologie di informazioni, distinguere tra prove forti e deboli, e cambiare idea quando quelle precedenti si rivelano inaccurate o fuorvianti. Un risultato che mette in discussione l’idea aristotelica dell’uomo quale “animale razionale” per eccellenza e per definizione.

Gli scimpanzé modificano le credenze con nuove prove in un minuto

Uno studio rivela che gli scimpanzé riescono a modificare le loro credenze quando vedono nuove prove, dimostrando una forma di razionalità. Ricerca dell’Università di Utrecht mostra che questi primati sanno pesare evidenze forti e deboli, distinguere informazioni nuove da quelle ridondanti e cambiare decisione quando le prove iniziali si rivelano false. 

In esperimenti al Ngamba Island Chimpanzee Sanctuary, gli scimpanzé hanno scelto correttamente dove cercare cibo, aggiornando le loro convinzioni in modo simile agli esseri umani. Questo comportamento metacognitivo sfida l’idea che la razionalità sia un tratto esclusivamente umano. La capacità di revisione delle credenze potrebbe risalire a un antenato comune dei primati.

La vera differenza tra uomo e scimmia potrebbe non essere nel pensiero, ma nella cooperazione, nel linguaggio e nella cultura. Lo studio suggerisce che la mente umana non è un salto improvviso, ma un gradino in un processo evolutivo condiviso. La razionalità non è nostra proprietà: è un'eredità antica.

Una prova difficile capire quando fidarsi delle evidenze

Lo studio, condotto al Ngamba Island Chimpanzee Sanctuary in Uganda, ha testato il processo decisionale metacognitivo di scimpanzé appartenenti alla specie Pan troglodytes attraverso cinque esperimenti differenti.

Ai soggetti veniva mostrato un pezzo di mela nascosto all’interno di una scatola, con vari livelli di evidenza disponibile: visiva attraverso l’osservazione diretta dell’oggetto inserito o tramite un pannello trasparente, acustica mediante un rumore di caduta, o indiretta per mezzo di briciole lasciate visibili. Le ricercatori hanno classificato le prove visive come “forti”, mentre le prove uditive o indiziarie sono state valutate come “deboli”.

Il momento critico quando la prova precedente risulta falsa

Negli esperimenti iniziali, gli scimpanzé sceglievano il comportamento appropriato in base alla sequenza temporale delle prove presentate: se ricevevano dapprima una prova debole seguita da una prova forte, modificavano la loro decisione iniziale.

Se la sequenza invertiva, gli scimpanzé tendevano a confermare la scelta che avevano formulato in precedenza. Il vero banco di prova cognitivo è emerso però nel quinto esperimento, quando i ricercatori hanno falsificato deliberatamente le prove che erano state presentate come forti, ad esempio mostrando una foto ingannevole del cibo dietro il vetro oppure facendo cadere una pietra anziché la mela.

In questi specifici casi, gli scimpanzé hanno modificato la propria idea molto più frequentemente, rifiutando attivamente le informazioni ingannevoli e non più attendibili.

La distinzione tra informazione ridondante e informazione nuova

In un ulteriore test sperimentale, ai primati è stata presentata una prova debole ripetuta, consistente nello stesso rumore udito per due volte, oppure una prova debole totalmente nuova, caratterizzata da due oggetti fatti cadere separatamente.

Gli scimpanzé hanno preferito in modo marcato la seconda opzione, dimostrando di possedere la capacità di distinguere tra informazione ridondante e informazione nuova, un segno di elaborazione cognitiva avanzata. Gli scimpanzé non si limitano a reagire passivamente agli stimoli esterni: interpretano attivamente il significato e il valore informativo di ciò che osservano.

La razionalità decisionale oltre i confini della specie umana

Questi risultati sperimentali suggeriscono che la capacità di revisione razionale non sia un’esclusiva biologica della specie umana, bensì una capacità che possa risalire a un antenato comune dei primati vissuto milioni di anni nel passato evolutivo.

Gli scimpanzé non agiscono seguendo meccanicamente l’istinto, pesano le evidenze disponibili, monitorano ciò che sanno e perché lo sanno, e aggiornano le loro convinzioni nel momento in cui ricevono informazioni migliori. Questo “rispondere in modo riflessivo alla ragione” costituisce un indicatore biologico di consapevolezza metacognitiva e di pensiero critico.

Cosa distingue veramente gli esseri umani dagli altri primati

Nel caso in cui la razionalità di base risulti condivisa tra le specie di primati, quale aspetto distingue effettivamente gli esseri umani dagli scimpanzé? La risposta potrebbe non risiedere nel pensiero razionale in sé, bensì nella capacità di cooperazione complessa, nell’uso del linguaggio simbolico e nella trasmissione culturale accumulata tra generazioni.

Hanna Schleihauf osserva come il divario tra le specie rimanga significativo: esistono ancora grandi differenze, ma anche più somiglianze di quanto gli scienziati avessero precedentemente ipotizzato.

Lo studio riapre il dibattito darwiniano sulla continuità mentale tra diverse specie di primati. La psicologia evolutiva del futuro, forse, dovrà costruirsi su questa base biologica ed evolutiva comune fra gli ominidi.

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