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Le foreste africane smettono di assorbire carbonio e diventano fonti di emissioni

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In breve: Le foreste africane non assorbono più carbonio come un tempo: oggi lo rilasciano. La pressione umana e climatica ha capovolto il loro ruolo nel ciclo globale del carbonio. Il loro futuro influenzerà direttamente la capacità del pianeta di contenere il riscaldamento. Per saperne di più continua la lettura.

Per decenni le foreste africane sono state considerate polmoni verdi del continente, custodi silenziosi di enormi quantità di carbonio. Con le loro chiome fitte e il suolo ricco di vita sembravano baluardi naturali contro il riscaldamento globale.

Oggi però un’analisi senza precedenti rivela un’inquietante inversione di tendenza. Le foreste africane che un tempo fungevano da serbatoi di carbonio stanno diventando fonti nette di emissioni.

Le foreste africane sono fonti di carbonio sempre più attive anziché pozzi di assorbimento, e il cambiamento non riguarda solo l’Africa ma anche l’intero equilibrio climatico del pianeta rendendo più arduo il cammino verso gli obiettivi dell’accordo di Parigi.

Le foreste africane smettono di assorbire carbonio in un minuto

Una ricerca recente rivela che le foreste africane, un tempo importanti serbatoi di carbonio, sono diventate fonti nette di emissioni dopo il 2010. L’analisi, basata su dati satellitari della NASA, JAXA e USGS uniti a rilevamenti sul campo, mostra un netto declino della biomassa, soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo, in Africa occidentale e a Madagascar. 

La deforestazione legata ad agricoltura, raccolta di legname e incendi ha superato la capacità naturale di assorbimento del carbonio, trasformando l’intero continente da pozzo a fonte di CO₂. Questo ribaltamento complica il raggiungimento degli obiettivi climatici globali e richiede azioni urgenti di protezione e ripristino forestale.

Il punto di svolta dopo il 2010

Grazie a una combinazione di dati satellitari, rilevamenti sul campo e algoritmi di apprendimento automatico i ricercatori hanno ricostruito con precisione l’andamento della biomassa vegetale in tutta l’Africa.

Prima del 2010 il continente guadagnava massa legnosa soprattutto nelle foreste tropicali umide di latifoglie. Da allora il saldo si è capovolto completamente. Le perdite hanno superato i guadagni e in regioni chiave come la Repubblica Democratica del Congo, l’Africa occidentale e il Madagascar il declino è stato particolarmente rapido.

Le aree ospitano alcune delle più ricche riserve di carbonio del continente. La loro degradazione non viene compensata dalla crescita di arbusti nelle savane che pur in espansione aggiungono solo una frazione minima di biomassa. Il risultato complessivo rimane inequivocabile: l’Africa non assorbe più carbonio ma lo rilascia.

Pressioni umane e climatiche che soffocano gli alberi

Dietro questo ribaltamento agiscono cause interconnesse. L’agricoltura di sussistenza si spinge sempre più in profondità nei margini forestali. Il legname tropicale è richiesto da mercati internazionali mentre milioni di famiglie fanno affidamento sul legno per cucinare e riscaldarsi. Gli insediamenti umani si espandono frammentando gli ecosistemi.

Gli incendi, spesso legati alla preparazione dei campi o aggravati dalla siccità, accelerano il degrado della copertura forestale.

Le foreste di latifoglie con la struttura complessa e la densità di biomassa immagazzinano molto più carbonio per ettaro rispetto alle formazioni arbustive. Quando vengono rase al suolo non si perde solo quella riserva immediata ma il carbonio accumulato per decenni torna rapidamente in atmosfera sotto forma di anidride carbonica.

Dati che suonano l’allarme

La svolta di questa ricerca sta nella qualità dei dati utilizzati. Strumenti avanzati come il LiDAR della missione GEDI della NASA, il radar della JAXA e le immagini ottiche dello USGS sono stati integrati con osservazioni locali. Questo approccio ha permesso di cogliere cambiamenti a scala fine altrimenti invisibili nelle analisi precedenti.

Il quadro che emerge è in linea con le preoccupazioni espresse dal professor Heiko Balzter del National Centre for Earth Observation secondo cui la perdita del ruolo di pozzo di carbonio dell’Africa suona l’allarme per la politica climatica mondiale.

Se le foreste africane non rimuovono più anidride carbonica altri Paesi dovranno ridurre le proprie emissioni in modo ancora più drastico per rispettare l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 2°C. Il margine di manovra già stretto si assottiglia ulteriormente.

Il futuro può ancora cambiare

Non tutto è perduto. Iniziative come AFR100 che punta a ripristinare 100 milioni di ettari di paesaggi degradati entro il 2030 mostrano che la strada del recupero esiste. Ma richiede governance forestale efficace, lotta al disboscamento illegale, protezione dei diritti delle comunità locali e investimenti a lungo termine.

Come sottolinea il dottor Nezha Acil dell’Università di Leicester ogni soluzione deve partire dal riconoscimento che molte popolazioni dipendono direttamente dalle foreste per la loro sopravvivenza.

I mercati del carbonio volontari possono giocare un ruolo ma solo se supportati da dati affidabili come quelli forniti da questa ricerca. Il dottor Pedro Rodríguez-Veiga coinvolto nella ricerca ricorda che la deforestazione africana non è più un problema locale bensì un fattore mondiale che mina la credibilità degli sforzi climatici mondiali.

Un bivio per il clima del pianeta

Le foreste africane si trovano a un bivio. Da un lato la continuazione degli attuali trend di degrado le condannerà a un ruolo sempre più passivo o addirittura dannoso nel ciclo del carbonio. Dall’altro un’azione coordinata tra governi, settore privato, comunità locali e scienza può invertire la tendenza trasformandole nuovamente in pilastri della stabilità climatica mondiale.

Il tempo rimane breve ma le prove sono chiare. Proteggere queste foreste non è solo un dovere ecologico bensì una necessità strategica per il futuro del clima del pianeta. Il destino di queste foreste africane oggi più che mai rimane intrecciato con il nostro.

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