Mastodon

Falene a rischio estinzione dopo 300 milioni di anni: la storia dei Lepidotteri minacciata dalla luce artificiale

42

Immagina un insetto che ha attraversato ere geologiche, sopravvissuto all'arrivo dei pipistrelli e imparato a mangiare piante velenose rubando geni ai funghi. Ora questi campioni di resistenza scompaiono perché accendiamo troppe luci e usiamo pesticidi. La loro storia di 300 milioni di anni rischia di finire nel buio della nostra incoscienza.

Le falene a rischio estinzione dopo 300 milioni di anni di storia evolutiva sono uno dei segnali più preoccupanti della crisi ambientale in corso. Falene e farfalle, raggruppate nell’ordine dei Lepidotteri, costituiscono circa il dieci per cento di tutte le specie animali conosciute e hanno attraversato ere geologiche, assistito alla nascita dei fiori e sviluppato strategie di sopravvivenza straordinarie.

Alcuni dei loro bruchi consumano più foglie verdi di quanti ne mangino tutti gli altri animali di un ecosistema messi insieme. Eppure, dopo aver dominato la Terra per centinaia di milioni di anni, oggi rischiano di scomparire a causa delle luci artificiali e dei pesticidi.

Le falene dominano il pianeta da 300 milioni di anni, rappresentando il 10% delle specie animali. Una revisione scientifica recente ricostruisce la loro evoluzione, dai trasferimenti genetici da funghi e batteri che hanno permesso di digerire piante e zuccheri, fino alla lotta contro i pipistrelli apparsi 55 milioni di anni fa. Prima dei fiori le falene si nutrivano già di goccioline appiccicose di gimnosperme. 

Oggi il Project Psyche mappa i genomi delle 11.000 specie europee. Nonostante questa storia lunghissima, falene e farfalle stanno scomparendo a causa di pesticidi, inquinamento luminoso e cambiamento climatico. Il Blu Xerces, estinto negli anni Quaranta, rappresenta il simbolo di questa fragilità. La loro sopravvivenza dipende ora da scelte umane quotidiane.

Una tavola imbandita di lacrime e linfa

La diversità alimentare dei Lepidotteri è straordinaria. Molte specie sorbiscono liquidi attraverso una proboscide, un tubo flessibile che permette di raggiungere nettare e linfa, ma esistono esemplari che si nutrono di quasi tutto ciò che è umido o zuccherino, compresi sangue, urina, sudore e lacrime.

Alcune specie si cibano dei succhi della decomposizione vegetale e animale. In circa il dieci per cento delle specie il ciclo vitale raggiunge velocità estreme: gli adulti nascono privi di bocca funzionante, consumano le riserve accumulate durante la fase larvale volando e riproducendosi, poi muoiono una volta esaurita l’energia immagazzinata.

Un gruppo ristrettissimo, appena il due per cento delle specie chiamato non ditrisiani, conserva ancora le fauci complete e per questo viene considerato una reliquia vivente di epoche remote.

Il mistero dei cento milioni di anni perduti

Le origini dei Lepidotteri risalgono a circa trecento milioni di anni fa, ma il fossile più antico finora scoperto risale al Giurassico, circa centonovanta milioni di anni fa. Questo lascia un vuoto di cento milioni di anni nella storia evolutiva del gruppo, un arco temporale del quale non esistono testimonianze materiali.

Non sappiamo quante specie vivessero in quel periodo né dove si trovassero, ma le stirpi superstiti oggi classificate come non ditrisiani fungono da testimoni viventi di quel passato remoto. Una revisione scientifica pubblicata su Nature ha ricostruito questo viaggio millenario attraverso l’analisi del DNA e le tracce fossili disponibili.

Quando i geni arrivano da vicini insospettabili

Una scoperta particolarmente rilevante riguarda il modo in cui le larve dei Lepidotteri hanno imparato a digerire le piante. Spostandosi sulla terraferma e iniziando a mangiare foglie e legno, le larve hanno dovuto superare le difese tossiche delle piante.

Le ricerche recenti indicano che i Lepidotteri hanno probabilmente acquisito geni utili dai funghi attraverso il trasferimento genetico orizzontale, ottenendo così la capacità di digerire tessuti vegetali duri e disintossicare le sostanze chimiche delle piante.

Un secondo scambio genetico, avvenuto con un batterio nel periodo Triassico, avrebbe poi permesso la digestione degli zuccheri vegetali, compresi quelli presenti nel nettare. I prestiti genetici si sono rivelati determinanti per la sopravvivenza e la diversificazione dell’intero ordine.

Nettare prima dei petali

Quando i Lepidotteri svilupparono la proboscide per sorbire zuccheri, i fiori non esistevano ancora. Circa trecentottanta milioni di anni fa le gimnosperme producevano coni e goccioline appiccicose per catturare il polline trasportato dal vento, e gli insetti iniziarono a bere queste goccioline zuccherine.

Durante un periodo caldo e asciutto iniziato circa duecentoventottomila anni fa, questa abitudine divenne un modo per evitare il surriscaldamento e in questa fase nacque il gruppo Glossata, che oggi comprende circa il novantotto per cento della diversità di falene e farfalle.

Solo successivamente, circa centocinquanta milioni di anni fa, comparvero i veri fiori, inizialmente frequentati dagli scarabei e poi, circa centoventi milioni di anni fa, dalle api.

La notte diventa pericolosa

L’evoluzione delle piante verso fiori colorati e apertura diurna favorì le farfalle, che svilupparono la visione a colori e abitudini diurne. Le falene invece rimasero per lo più creature notturne con visione limitata.

Circa cinquantacinque milioni di anni fa, dopo l’impatto dell’asteroide che estinse i dinosauri non aviari, comparvero i pipistrelli dotati di ecolocalizzazione, innescando una corsa agli armamenti evolutivi che dura ancora oggi.

Alcune falene svilupparono l’udito sintonizzato sugli ultrasuoni, posizionando organi uditivi sul torace, sull’addome, sul capo o sulle ali. Altre evolsero strategie per confondere i predatori attraverso suoni o comportamenti difensivi.

La mappa del domani

La scienza sta cercando di leggere il patrimonio genetico completo di questi insetti. Il Project Psyche mira a sequenziare i genomi di tutte le undicimila specie europee di falene e farfalle, animali che possiedono generalmente trentuno cromosomi, un numero vicino ai ventitré cromosomi umani.

Lo studio dei genomi ha già rivelato storie di fragilità nascosta. Il Blu Xerces, considerata la prima farfalla estinta per colpa dell’attività umana, scomparve nei primi anni Quaranta del Novecento dopo che lo sviluppo urbano distrusse il suo habitat.

Analizzando il DNA estratto da campioni museali, gli scienziati hanno scoperto che la specie si era originata ottocentocinquantamila anni fa, attraversando periodi di cali demografici e consanguineità che l’avevano resa fragile ancor prima dell’arrivo dell’uomo.

Il declino silenzioso

Nonostante trecento milioni di anni di adattamenti, dagli scambi genetici con i funghi all’elusione dei pipistrelli, falene e farfalle stanno affrontando minacce troppo rapide perché l’evoluzione possa tenervi il passo. Pesticidi, distruzione degli habitat, specie invasive, cambiamenti climatici e inquinamento luminoso (sull’impatto dell’inquinamento luminoso ne avevamo già parlato qui) già stanno riducendo drasticamente le popolazioni di Lepidotteri in tutto il mondo.

Il futuro di questi antichi sopravvissuti dipende sempre meno dalle grandi scoperte scientifiche e sempre più da gesti quotidiani: spegnere le luci del giardino la notte, evitare i pesticidi chimici e lasciare che le foglie cadute restino dove sono può fare la differenza tra la sopravvivenza e la scomparsa di trecento milioni di anni di storia vivente.

Fonte e studio:

Telegram:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Like
Close
Quando Si Pianta by Agenzia Eco Web Srl
© Copyright 2020. Tutti i diritti riservati.
Close
Preferenze Privacy