Mastodon

Effetto del caldo sui microbi del suolo: quando la temperatura non basta a liberare più carbonio

29

Risposta breve: Quando pensiamo al riscaldamento globale, spesso diamo per scontato che suoli più caldi rilascino più carbonio. Un nuovo studio mostra che i microbi del terreno hanno fame di nutrimento, non solo di calore. Se il suolo è povero, anche con temperature più alte, non succede quasi nulla. Per saperne di più continua la lettura.

Milioni di organismi invisibili vivono nel terreno sotto i nostri piedi. Batteri, funghi e virus lavorano senza sosta, trasformando la materia organica e liberando anidride carbonica nell’aria attraverso i loro processi vitali. Ma quando le temperature salgono, l’effetto del caldo sui microbi del suolo segue dinamiche più complesse di quanto si possa immaginare.

Una ricerca condotta su terreni subtropicali ha rivelato un dato sorprendente: riscaldare il suolo non aumenta automaticamente le emissioni microbiche di CO₂. La temperatura elevata da sola non riesce a stimolare una maggiore attività dei microrganismi. Servono anche altri elementi perché il meccanismo si attivi davvero.

Effetto del caldo sui microbi del suolo in un minuto

Uno studio condotto in Georgia rivela che il semplice riscaldamento del suolo non aumenta automaticamente il rilascio di anidride carbonica. I microbi del terreno, responsabili della decomposizione della materia organica, hanno bisogno di risorse come carbonio e nutrienti per essere attivi. In suoli poveri, come quelli ex coltivati a cotone, il calore da solo non basta a stimolare la loro attività. 

Anche con temperature più alte, senza cibo disponibile i microbi non producono significative emissioni di CO₂. Il risultato mette in luce che la fertilità del suolo è un fattore chiave nel ciclo del carbonio. Esperimenti simili sono in corso in aree tropicali per confrontare le risposte degli ecosistemi al riscaldamento.

Comprendere quando e perché il suolo libera carbonio aiuta a definire strategie più efficaci per contrastare i cambiamenti climatici. La ricerca, pubblicata su Biogeochemistry, mostra che il calore non è l’unico driver: la qualità del suolo conta quanto la temperatura.

Quando il riscaldamento non produce gli effetti attesi

Ad Atene, in Georgia, sorge uno dei laboratori naturali più longevi per studiare l’impatto termico sui terreni. Qui i ricercatori hanno prelevato campioni da ex coltivazioni di cotone, poi abbandonate e trasformate in aree boschive. I prelievi di terreni presentano caratteristiche particolari: scarsa fertilità, pochi nutrienti e limitata materia organica.

Durante gli esperimenti di laboratorio, gli scienziati hanno alzato la temperatura del terreno di circa 2,5 gradi Celsius. In alcune prove hanno aggiunto carbonio e sostanze nutritive in varie combinazioni, misurando poi la quantità di anidride carbonica rilasciata.

Debjani Sihi, ricercatrice della North Carolina State University e coordinatrice dello studio, spiega: “Con temperature più elevate, la fotosintesi delle piante aumenta e i microbi dovrebbero avere più nutrimento a disposizione. Ci aspettavamo quindi un’intensificazione della loro attività“.

I risultati hanno però smentito questa ipotesi. “Volevamo capire se bastasse il riscaldamento per incrementare le emissioni di CO₂ dal terreno. I dati mostrano che, senza forme di carbonio e nutrienti facilmente utilizzabili dai microrganismi, l’aumento termico non accelera la perdita di carbonio“.

I meccanismi nascosti della respirazione del suolo

Parlando di cambiamenti climatici, spesso ci concentriamo sulle emissioni prodotte dalle attività umane: trasporti, industrie, centrali elettriche. Eppure circa un terzo della CO₂ che sale dalle terre emerse arriva proprio dal suolo attraverso processi naturali. Comprendere come questi meccanismi reagiscono al riscaldamento globale diventa perciò fondamentale per elaborare previsioni attendibili.

“Anche i microrganismi respirano e ottengono energia dal carbonio“, prosegue Sihi. “Contemporaneamente devono procurarsi i nutrienti necessari dagli stessi materiali organici che decompongono“.

Come gli esseri umani necessitano di un’alimentazione equilibrata tra fonti energetiche, proteine e fibre, così i microbi del suolo richiedono una combinazione bilanciata di elementi. Una parte del carbonio serve per costruire nuova biomassa, mentre la rimanente viene metabolizzata o espulsa durante i loro processi vitali.

Per spezzare composti organici complessi, gli organismi producono enzimi specifici che permettono di estrarre carbonio e nutrienti. Se però il terreno è già povero di risorse, l’effetto del caldo sui microbi del suolo risulta trascurabile. Solo in presenza di abbondante materia organica e sostanze nutritive, il riscaldamento può davvero stimolare un’attività microbica più intensa.

Spostare l’attenzione verso le zone già calde

La maggior parte delle ricerche precedenti si è focalizzata su regioni fredde come l’Artico e le foreste boreali, considerate più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Questo nuovo studio invece osserva un ambiente subtropicale: un terreno caldo, umido e con fertilità limitata.

“L’esperimento si svolge in aree che un tempo ospitavano coltivazioni di cotone, poi convertite in boschi, non in foreste originarie“, precisa Sihi. “Il cotone impoverisce molto il suolo, lasciandolo carente sia di carbonio che di sostanze nutritive“.

Questa distinzione conta parecchio: terreni diversi mostrano reazioni differenti al riscaldamento. Ciò che accade nelle regioni artiche potrebbe non applicarsi a un campo degradato della Georgia o a una foresta pluviale tropicale.

“In questo caso specifico, l’effetto del caldo sui microbi del suolo non si attiva perché mancano le risorse necessarie per il loro sviluppo“, conclude Sihi. “La scarsità di nutrienti limita l’influenza delle temperature elevate“.

Nuove prospettive per la ricerca sui terreni tropicali

Il team di ricercatori non si accontenta di questi primi risultati. Sta replicando esperimenti analoghi in Porto Rico e Panama per comprendere come gli ecosistemi tropicali rispondano all’incremento termico. Ogni nuovo dato contribuisce a costruire una visione più precisa degli scenari futuri legati al riscaldamento globale.

“La natura rilascia carbonio ma ne assorbe anche grandi quantità. Conoscere le emissioni naturali aiuta a stabilire obiettivi realistici per ridurre quelle causate dalle attività umane“, aggiunge Sihi.

Sapere quando il suolo trattiene il carbonio e quando lo libera è essenziale per gestire il bilancio globale di questo elemento. La ricerca aggiunge un pezzo importante al puzzle e chiarisce un aspetto fondamentale: quando si studia l’effetto del caldo sui microbi del suolo, la temperatura non è l’unico elemento determinante.

Fonte:

  • La ricerca completa è stata pubblicata sulla rivista Biogeochemistry, arricchendo le conoscenze sui complessi equilibri che governano gli ecosistemi terrestri.

Dal nostro Magazine:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Like
Close
Quando Si Pianta by Agenzia Eco Web Srl
© Copyright 2020. Tutti i diritti riservati.
Close
Preferenze Privacy