In vista della COP30 che si terrà in Brasile, un nuovo rapporto lancia un forte avvertimento rivolto ai paesi del mondo: i governi puntano sulle foreste invece di ridurre direttamente i combustibili fossili, ma questo approccio non basta per affrontare la crisi climatica.
L’analisi Land Gap 2025 ci dice che molti governi stanno contando su vasti progetti di piantumazione, ripristino forestale e colture bioenergetiche per bilanciare le proprie emissioni di CO₂, piuttosto che affrontare il cuore del problema climatico: la dipendenza strutturale da carbone, petrolio e gas naturale. Il risultato diretto consiste in un’illusione di sostenibilità ambientale che non affronta veramente il cambiamento climatico.
Gli impegni nazionali sulla rimozione di carbonio richiederebbero oltre un miliardo di ettari di terreno, una superficie pari a quasi tutta la superficie agricola mondiale complessiva, per rimuovere il carbonio atmosferico previsto dalle emissioni attuali. Questa cifra risulta completamente insostenibile dal punto di vista territoriale e agricolo globale.
Indice
COP30 in Brasile in un minuto
Un nuovo rapporto avverte: i paesi puntano sulle foreste invece di ridurre i combustibili fossili, ma questo non basta per il clima. Il Land Gap 2025 mostra che gli impegni climatici richiederebbero oltre un miliardo di ettari di terreno per rimuovere il carbonio, una superficie insostenibile.
Molti governi usano la piantumazione e la bioenergia per compensare emissioni non tagliate alla fonte, ritardando la transizione energetica. Nel frattempo, il “forest gap” rivela che la deforestazione continuerà a salire, con 20 milioni di ettari persi ogni anno entro il 2030.
Il debito sovrano spinge i paesi del Sud globale a sfruttare le foreste, mentre i progetti di bioenergia rischiano di violare i diritti delle comunità locali. Proteggere le foreste esistenti, ripristinare quelle degradate e ridurre immediatamente i fossili è l’unica strada realistica. Le foreste sono essenziali, ma non possono sostituire la fine dei combustibili fossili. Il tempo delle promesse vuote è finito.
Rimozione del carbonio: una strategia comoda ma fragile per il clima
Molti piani climatici nazionali denominati NDC si affidano completamente alla rimozione del carbonio attraverso soluzioni basate sul territorio: alberi, ecosistemi ripristinati, colture energetiche dedicate.
Questi approcci territoriali, sebbene necessari nel contesto della mitigazione climatica, non possono sostituire la drastica riduzione delle emissioni direttamente alla fonte mediante l’abbandono dei combustibili fossili. Kate Dooley dell’Università di Melbourne sottolinea che i governi posticipi i tagli ai combustibili fossili utilizzando la strategia di nascondersi dietro promesse future di assorbimento di carbonio attraverso le foreste.
Le foreste rimangono caratterizzate da vulnerabilità significativa: incendi, siccità prolungata e disboscamento illegale possono cancellare completamente in pochi giorni il lavoro di decenni di accumulo di carbonio negli ecosistemi forestali.
Il land gap climatico: troppo terreno richiesto, troppo poco senso scientifico
Gli autori del rapporto preparato per la COP30 in Brasile definiscono “land gap” la distanza concreta tra quanto terreno i paesi promettono di utilizzare per rimuovere CO₂ e ciò che rimane realisticamente disponibile senza danneggiare la sicurezza alimentare globale, la biodiversità terrestre e i diritti umani delle popolazioni locali.
Attualmente, gli impegni climatici implicano l’utilizzo di 990 milioni di ettari, un’area territoriale equivalente all’intera superficie della Cina. Se tutti questi progetti di rimozione del carbonio basati su foreste e colture energetiche fossero realizzati effettivamente, occuperebbero più del doppio della superficie agricola disponibile a livello globale.
Eppure, molte nazioni dichiarano obiettivi climatici ambiziosi senza chiarire dove collocare queste piantagioni su vasta scala né come garantire la loro permanenza nel corso dei decenni a causa di siccità e incendi.
Il forest gap globale: promesse vuote sulla protezione delle foreste
Parallelamente al land gap, esiste un “forest gap” che rappresenta la differenza concreta tra le promesse dei governi di fermare la deforestazione e la realtà attuale dei fenomeni di disboscamento.
Ogni anno il pianeta perde 4 milioni di ettari di foresta primaria a causa di attività antropiche; il rapporto avverte che, senza azioni immediate e drastiche durante i prossimi anni, entro il 2030 le perdite annuali di foresta primaria potranno raggiungere fino a 20 milioni di ettari all’anno. Questo degrado forestale minaccia non soltanto la stabilità climatica del pianeta, ma anche migliaia di specie animali e vegetali, oltre alle comunità indigene che abitano nelle foreste.
Le foreste mondiali risultano già state ridotte del 25% rispetto allo stato preindustriale prima dell’industrializzazione: ogni ulteriore perdita di copertura forestale indebolisce progressivamente la capacità del pianeta di regolare il clima e assorbire CO₂ dall’atmosfera.
Debito sovrano e pressioni economiche che forzano lo sfruttamento forestale
Perché tanti paesi ignorano la protezione forestale durante i negoziati sulla COP30 in Brasile e in altri forum internazionali? La risposta risiede nel fatto che molti governi vivono sotto il peso del debito sovrano accumulato.
I governi del Sud globale risultano spinti dalla necessità economica a sfruttare le foreste per pagare i creditori esterni mediante interessi: il disboscamento, le miniere, gli allevamenti intensivi rappresentano fonti di entrata immediata per ripagare il debito estero. Kate Dooley nota che le politiche fiscali e commerciali globali premiano direttamente l’estrazione di risorse naturali, piuttosto che la conservazione degli ecosistemi forestali.
Gli accordi internazionali sulla commercializzazione dei prodotti spesso favoriscono industrie intrinsecamente distruttive per l’ambiente, lasciando i governi locali senza alternative economiche viabili diverse dallo sfruttamento.
Rischi concreti per le comunità locali e i popoli indigeni
Progetti di bioenergia con cattura del carbonio denominati BECCS oppure grandi piantagioni monocolturali per la rimozione di CO₂ rischiano di spodestare e marginalizzare le popolazioni indigene e i piccoli agricoltori che vivono nelle zone forestali.
Mentre i piani climatici nazionali citano formalmente i diritti umani come una priorità, raramente includono misure concrete e vincolanti per proteggerli durante l’implementazione. Senza regole chiare e specifiche sulla protezione dei diritti, la cosiddetta “soluzione climatica” basata su piantagioni estensive può trasformarsi in accaparramento di terre, conflitti sociali violenti e ingiustizia ambientale ai danni dei popoli locali.
Una via più intelligente e scientifica per affrontare il clima
Il rapporto preparato per la COP30 in Brasile propone un cambio radicale di rotta nelle strategie climatiche nazionali: proteggere le foreste esistenti da deforestazione e incendi, ripristinare quelle degradate attraverso metodi naturali e tagliare immediatamente i combustibili fossili dalle economie nazionali.
Questi passi concreti, combinati con pratiche agricole diversificate rispetto alle monocolture, offrono benefici reali e multipli: stoccaggio efficiente del carbonio atmosferico, sicurezza alimentare globale duratura, resilienza climatica per i sistemi ecologici.
Le foreste sane rimangono un pilastro irrinunciabile della soluzione climatica globale. Tuttavia, le foreste non possono salvare un pianeta che continua a bruciare combustibili fossili in quantità crescente ogni anno. Servono azioni concrete sulla decarbonizzazione, non contabilità creativa nei conti delle emissioni.
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