Gli abeti rossi del nord Europa stanno vivendo un dramma invisibile. Mentre tutti parlano dei danni che gli scoliti provocano agli alberi, pochi sanno che questi piccoli coleotteri stanno letteralmente riscaldando i boschi. Dopo i loro attacchi mortali, la temperatura dell’aria nel sottobosco può salire anche di 2 gradi Celsius nelle ore più calde della giornata.
Un cambiamento che potrebbe sembrare piccolo, ma che ha conseguenze enormi per tutto l’ecosistema forestale. Le piante faticano di più a crescere, gli animali del sottobosco devono adattarsi a condizioni diverse, e persino le nostre passeggiate estive diventano più afose. Caroline Greiser dell’Università di Stoccolma ha voluto misurare esattamente quanto calore in più producono i boschi devastati dai parassiti.
Indice
Aumento temperatura del bosco dopo attacco degli scoliti in un minuto
1. Gli attacchi di scoliti sugli abeti rossi aumentano le temperature diurne nel sottobosco fino a 2 gradi, modificando il microclima anche dopo la morte degli alberi. Il fenomeno è legato alla perdita di ombra e al ridotto raffreddamento naturale causato dall’evapotraspirazione.
2. Le chiome morte si surriscaldano rispetto a quelle vive, soprattutto in giornate serene. Durante la notte, però, le differenze termiche si attenuano: anche gli alberi morti aiutano a trattenere il calore, mantenendo temperature minime stabili.
3. La presenza di alberi decidi come betulle e pioppi riduce l’aumento di calore, grazie alla loro capacità di fare ombra e regolare l’umidità. Mescolare specie diverse nei boschi aiuta a mitigare gli effetti degli attacchi e a proteggere la rigenerazione naturale.
Quando il caldo estivo scatena l’invasione degli scoliti
L’estate 2021 è stata particolarmente dura per i boschi della Svezia meridionale. Il team di ricerca ha installato sensori di temperatura in 31 aree forestali dominate da abeti rossi, registrando i dati tra luglio e settembre. I dispositivi, posizionati a due metri dal suolo, hanno misurato con precisione l’aria che si respira camminando tra gli alberi.
Parallelamente, droni equipaggiati con telecamere termiche hanno sorvolato una riserva naturale, creando mappe dettagliate delle temperature delle chiome. L’obiettivo era confrontare gli alberi ancora vivi con quelli uccisi dallo scolite dell’abete rosso europeo, scientificamente chiamato Ips typographus.
Greiser spiega che le estati torride e secche rappresentano il periodo ideale per la proliferazione di questi insetti devastatori. Ma la domanda centrale della ricerca era diversa: quanto influisce la gravità dell’attacco sulle temperature che piante e animali sperimentano quotidianamente nel loro ambiente?
Temperature bollenti tra gli alberi morti
I risultati hanno rivelato un quadro preoccupante. Nelle aree forestali più colpite dagli scoliti, le temperature massime diurne superano quelle dei boschi sani fino a 2 gradi Celsius. L’aumento del calore segue una progressione logica: più alberi morti ci sono, più l’aria si scalda durante le ore di sole.
Un dato inaspettato riguarda le temperature notturne. Contrariamente alle aspettative, nei boschi devastati la notte non fa più freddo rispetto alle foreste integre. Gli alberi morti, pur non producendo più ombra di giorno, continuano a trattenere il calore accumulato, impedendo che si disperda completamente verso il cielo stellato.
Le telecamere termiche dei droni hanno catturato immagini eloquenti: le chiome morte raggiungono temperature medie superiori di 2,6 gradi rispetto a quelle vive durante le giornate di sole pieno. Quando il cielo si copre di nuvole, la differenza si riduce a 0,7 gradi, dimostrando quanto l’irraggiamento solare diretto influenzi il fenomeno.
Il potere rinfrescante degli alberi a foglia larga
Una scoperta interessante emerge nei boschi misti, dove betulle e pioppi crescono accanto agli abeti rossi. In questi ambienti, l’aumento temperatura del bosco dopo attacco degli scoliti risulta molto più contenuto. Le foglie larghe degli alberi caducifogli ricreano zone d’ombra, mantengono attivo il ciclo dell’umidità e limitano i picchi termici che si verificano sotto la canopia dopo la moria degli abeti.
Greiser sottolinea che questo studio aggiunge una motivazione scientifica in più per promuovere la diversificazione delle foreste. Avere specie arboree differenti significa distribuire i rischi: nessun parassita specializzato può devastare completamente un ecosistema forestale variegato.
In Scandinavia si sta già discutendo da anni della reintroduzione di alberi decidui nelle piantagioni dominate dalle conifere. La ricerca svedese dimostra che questa strategia porta anche vantaggi climatici concreti: un migliore controllo delle temperature locali dopo eventi catastrofici.
Come gli alberi vivi raffreddano naturalmente il bosco
Le foreste sane funzionano come giganteschi condizionatori naturali. Durante il giorno restano più fresche delle aree aperte grazie all’ombra delle chiome, alla riduzione della ventilazione e al continuo movimento di umidità dall’aria al terreno. Di notte, invece, mantengono temperature più miti rispetto agli spazi scoperti.
Gli alberi vivi assorbono acqua dal suolo attraverso le radici e la rilasciano nell’atmosfera tramite le foglie, in un processo chiamato evapotraspirazione. Questa trasformazione dell’acqua da liquida a gassosa richiede energia, che viene sottratta all’ambiente sotto forma di calore. Quando numerosi abeti muoiono contemporaneamente, tutto il sistema di raffreddamento naturale va in tilt.
Studi condotti in diverse parti del mondo hanno confermato che la struttura della canopia forestale è direttamente collegata alla stabilità delle condizioni microclimatiche al livello del suolo. Più la copertura arborea è fitta e sana, più l’ambiente sottostante rimane protetto dalle fluttuazioni termiche estreme.
Perché le chiome morte si trasformano in radiatori
Le mappe termiche aeree mostrano con chiarezza scientifica un fenomeno ben visibile: le cime degli alberi uccisi dagli scoliti si scaldano molto di più di quelle vitali, specialmente quando splende il sole. La spiegazione è semplice ma fondamentale: il legno morto non trasporta più acqua, quindi perde completamente la capacità di raffreddarsi attraverso l’evaporazione.
Ricerche simili condotte in Polonia utilizzando sensori satellitari hanno registrato differenze di circa 2,5 gradi Celsius tra chiome morte e sane durante le giornate più calde. Il valore preciso varia in base alle condizioni climatiche locali e alla specie arborea, ma la tendenza al surriscaldamento rimane costante.
L’intensità del fenomeno dipende anche dalle condizioni atmosferiche. Con il cielo sereno, la radiazione solare colpisce direttamente le chiome morte riscaldandole, mentre quelle vive continuano a produrre il loro effetto refrigerante. Quando le nuvole filtrano la luce del sole, l’effetto si attenua perché diminuisce l’energia disponibile per il riscaldamento.
Strategie per contenere il riscaldamento forestale
La diversificazione delle specie arboree si conferma la strategia più efficace per mitigare l’aumento temperatura del bosco dopo attacco degli scoliti. Piantare betulle e pioppi tra gli abeti rossi non solo riduce i picchi termici dopo la moria degli insetti, ma diminuisce anche la probabilità che un singolo parassita possa devastare intere aree forestali.
Le decisioni su cosa fare con gli alberi morti richiedono valutazioni caso per caso. In alcune situazioni, lasciare in piedi i tronchi può essere vantaggioso: aiutano a stabilizzare le temperature notturne e forniscono habitat preziosi per insetti e funghi che dipendono dal legno in decomposizione.
Molti temono che i boschi colpiti dagli scoliti aumentino il rischio di incendi, ma analisi su larga scala negli Stati Uniti occidentali non hanno trovato correlazioni dirette tra attacchi di insetti e frequenza degli incendi. Le condizioni meteorologiche, in particolare la presenza di venti secchi e temperature elevate, giocano un ruolo molto più determinante nell’innesco dei roghi forestali.
Microclima e futuro dei boschi
Mappe sempre più dettagliate delle temperature locali aiuteranno gli scienziati a comprendere meglio come le variazioni microclimatiche influenzino la sopravvivenza delle giovani piantine e l’attività della fauna selvatica. Voli ripetuti con droni in stagioni diverse e condizioni meteorologiche variabili permetteranno di identificare con maggiore precisione quando e dove la struttura del bosco fa realmente la differenza.
Il microclima forestale entra anche nei meccanismi di retroazione del cambiamento climatico globale. Man mano che gli scoliti modificano la distribuzione del calore nei boschi, stanno plasmando l’ambiente che condizionerà i futuri attacchi di parassiti e la capacità delle foreste di rigenerarsi naturalmente.
La ricerca di Caroline Greiser è stata pubblicata sulla rivista scientifica Agricultural and Forest Meteorology, aggiungendo un tassello importante alla comprensione degli effetti a catena che collegano insetti, alberi e clima in un sistema sempre più fragile e interconnesso.
Fonte:
Dal nostro Magazine:
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